Il preside è autoritario? E il prof trasforma il liceo in un Vietnam personale

Il tour di Marco Imarisio tra le cattedre della Penisola

La scuola italiana vive tempi difficili. Una crisi che ha origini molto lontane, ma che oggi sembra aver accelerato scadenze e guasti. Se si prendono in esame soltanto gli ultimi mesi ci si accorge che il mondo della cattedre è finito quasi sempre sul registro sbagliato, quello della cronaca nera. Dalla parte dei banchi c’è una deriva disciplinare senza precedenti, impastata di bullismo e violenze, ignoranza e indifferenza; da parte dei dirigenti, totalmente estinti i presidi «dinosauri», che curavano e organizzavano anche la parte didattica, sono rimasti soltanto manager quotidianamente impegnati con il frullatore burocratico. In mezzo ci sono loro, i professori.
«Dio non ha mai creato nulla di inutile, ma con le mosche e gli insegnanti ci è andato molto vicino», era scritto sul muro di un liceo. Ed è proprio da questa frase che Marco Imarisio, inviato del Corriere della Sera, è partito per il suo viaggio italiano tra gli insegnanti, diventato un diario con le voci, le frustrazioni, la rabbia, i sogni e le rese di una «classe» di professionisti che sembra aver smarrito l’antica dignità: Mal di scuola (Bur, pagg. 194, euro 9,80). «Il dibattito ferve, sul disagio, sui modelli educativi superati, sulla caduta dei valori, tutta roba che ha al suo centro la parola scuola - scrive Imarisio -. E a loro nessuno chiede mai nulla. Il silenzio dei professori. Mi è sembrato singolare, una conseguenza diretta di quel processo di svilimento del ruolo dell’insegnante che è diventato il male oscuro della categoria».
Il viaggio di Imarisio lungo la Penisola, da Torino a Bari, da Trento a Cagliari, è intervallato dal riassunto dei verbali degli ispettori del ministero. Ed è proprio da queste relazioni che emerge quanto sia lacerante la crisi. Un docente di filosofia e storia, nella primavera del 2006, evidentemente esasperato, sbatte fuori «fisicamente» dall’aula uno studente. Per i colleghi non è in grado di gestire e controllare le sue emozioni con alunni e docenti. Arriva l’ispettore e il prof conferma. Ma sapete dove aveva origine la sua esasperazione? Dalla decisione del preside che da anni predicava il verbo «promuovere tutti», sfaticati, assenteisti, vandali, pieni di «debiti» («Non ho trovato nessuno, né a destra né a sinistra - scrive Imarisio - disposto a difendere l’assurdità dell’abolizione degli esami di riparazione»), assonnati e violenti. Così, quando tutti vengono ammessi alla maturità, sul giornale locale appare il titolo: «Record di ammissioni al liceo M.» e il preside raggiante può sottolineare il livello di assoluta eccellenza raggiunto dal suo istituto. Una docente scrive sulla lavagna «Siete degli animali schifosi» e la frase rimane lì per mesi. È il suo modo di fare lezione. Quando è tranquilla si accosta alla finestra e guarda fuori, rimanendo muta per ore. È passata indenne attraverso quattro ispezioni perché, grazie al mal di schiena, i suoi problemi li hanno ricondotti all’«infermità psicofisica». Ma in realtà lei si è arresa. Dovrà lasciare. Forse.
Gli esempi sono tanti, oscillano tra la frequenza del sorriso e quella dell’indignazione. L’ispettore deve segnare «un alto grado di insoddisfazione dell’utenza» perché il docente C., di fronte alla virata autoritaria del preside, ha deciso di «trasformare l’istituto in una sorta di Vietnam personale»; oppure rilevare che il professor R., di professione latitante, nel senso che a scuola non si vede mai, «è negligente, menefreghista e arrogante, e nulla ha dell’educatore». Con il risultato di chiederne il trasferimento da un corso serale a uno diurno...
«Questo non è un libro nato per difendere gli insegnanti» premette Imarisio. Ma nel fluire e nel turbinare di negatività ci sono anche molte speranze. Una viene da Palermo, da Valentina, ragazza colta e sensibile, che parla con pudore della sua passione per l’insegnamento. Un ardore tante volte spezzato e ricomposto. Un entusiamo che riesce a ritrovare, sa far brillare, negli occhi dei suoi ragazzi: «Quando vedo quella luce nei loro sguardi penso sempre a ciò che diceva Bufalino: “Nel buio di catacomba che ci circonda, il nostro compito è quello di tenere un fiammifero acceso anche a costo di bruciarci le dita”».