Preti pedofili, il Papa incontra le vittime

Un commovente fuori programma finito in una preghiera comune. Consegnati a Benedetto XVI i nomi di mille persone molestate. New York: oggi il Papa in sinagoga

Washington - Un abbraccio agli ebrei e un appello alle religioni per un dialogo che non eviti di «discutere le differenze» tra le fedi e promuova la libertà religiosa. La seconda giornata di Benedetto XVI negli Stati Uniti è densa di appuntamenti: messa con 50mila fedeli al Nationals Park Stadium di Washington, discorso al mondo universitario cattolico, incontro con i 200 rappresentanti delle altre religioni (ebrei, musulmani, indù, buddisti, giainisti) e infine consegna del messaggio di auguri per la pasqua agli ebrei, gesto distensivo per chiudere le polemiche sulla preghiera tridentina del Venerdì Santo.

È nel discorso ai leader religiosi (in Italia è passata la mezzanotte) che Benedetto XVI segna, per la prima volta in modo così esplicito, la sua «via» al dialogo interreligioso. Nella grande sala «Rotunda» del «Pope John Paul II Cultural Center», in un Paese dove «la religione e la libertà sono intimamente legate» e dove persone provenienti da diverse culture e religioni collaborano, Ratzinger auspica che «altri possano prendere coraggio» da questa esperienza. Ammonisce che «il compito di difendere la libertà religiosa non è mai completato» e ricorda che la tutela di questa libertà con adeguate leggi non basta a garantire che «i popoli, in particolare le minoranze, siano risparmiate da ingiuste forme di discriminazione e di pregiudizio».

Poi, dopo aver ribadito che i leader religiosi «devono permeare la società con un profondo timore e rispetto per la vita umana e la libertà», Benedetto invita a non considerare il dialogo «solo come un mezzo» per la comprensione reciproca». Di fronte al moltiplicarsi delle iniziative dei governi in favore del dialogo tra le religioni, spiega che «la libertà religiosa, il dialogo interreligioso e la fede mirano a qualcosa di più» di un consenso sulle strategie per la pace, mirano a «scoprire la verità». Il vescovo di Roma mette subito le carte in tavola: «i cristiani propongono Gesù di Nazaret. Egli è – questa è la nostra fede – il Logos eterno che si è fatto carne». Osservando criticamente, subito dopo, che troppo spesso, nel tentativo di «scoprire i punti di comunanza, forse abbiamo evitato la responsabilità di discutere le nostre differenze con calma e chiarezza». Solo «ascoltando la voce della verità», dunque, il dialogo non si ferma all’individuazione di valori comuni ma si spinge «a indagare il loro fondamento». Per questo «il più importante obiettivo» è la «chiara esposizione delle nostre rispettive dottrine religiose».

Sono parole significative, nel segno di un dialogo che non nasconde le identità e le differenze ma le affronta, iniziato anche con l’islam dopo le strumentalizzazioni del discorso di Ratisbona e la lettera dei 138 saggi musulmani al Papa. Benedetto XVI ha quindi consegnato ai membri della comunità israelitica un saluto per la festa di Pesah, la pasqua ebraica che si celebra sabato, estendendolo ai «fratelli e sorelle ebrei in questo Paese e in tutto il mondo». Ratzinger ha voluto «riaffermare l’eredità del Concilio» e «reiterare l’impegno della Chiesa nel dialogo», chiedendo di cooperare per la pace nel mondo in Medio Oriente in particolare. Durante la messa allo stadio, alla quale ha partecipato anche il tenore Placido Domingo che ha cantato il «Panis angelicum», il Papa – che reggeva una croce pastorale che fu di Pio IX, primo Pontefice a mettere piede in territorio Usa, perché a Gaeta nel 1849 salì a bordo di una fregata americana – ha parlato della secolarizzazione, del «crollo preoccupante negli stessi fondamenti della società», dell’«indebolimento del senso morale», della «divisione e polarizzazione» anche all’interno della Chiesa, dei «tanti battezzati» che abbracciano «atteggiamenti contrari al Vangelo».

In un passaggio dell’omelia, infine, ha ricordato le ombre del cammino storico degli Usa citando le «ingiustizie sofferte dalle native popolazioni americane e da quanti dall’Africa furono portati qui forzatamente».