Come prevenire il rischio di infarto e ictus

Nell’ambito del 68° Congresso nazionale della Società italiana di cardiologia tenutosi a Roma si sono analizzati i risultati di due importanti studi, il primo già concluso ed il secondo ancora da completare. Con un minisimposio, organizzato da Takeda, si è voluto creare un ponte tra il presente, costituito dal programma Charm ed il futuro dello Studio Direct. Il programma Charm, costituito da una serie di studi specifici in più di 7500 pazienti affetti da scompenso cardiaco, ha chiaramente evidenziato gli effetti benefici di candesartan, un farmaco antipertensivo appartenente alla classe dei sartani, dimostrando una significativa riduzione della mortalità e dei ricoveri ospedalieri. Nello studio Direct, in via di finalizzazione, si valuterà il candesartan, che sulla base di studi pilota precedentemente effettuati, sembra possedere effetti benefici anche a livello oculare nei pazienti diabetici con o senza ipertensione arteriosa.
Tra i relatori il professor Massimo Porta, responsabile del Centro di retinopatia diabetica dell’Università di Torino che ha dichiarato: «I risultati I risultati dello studio Direct, previsti entro il 2008, potranno chiarire il ruolo di candesartan nella prevenzione della retinopatia e della nefropatia, nei pazienti diabetici».
L’ipertensione arteriosa interessa più del 20% della popolazione mondiale e aumenta con l’età, raggiungendo picchi superiori al 40% nelle persone di 55 anni. Ai fini della salute “cardiovascolare” è tuttavia importante prendere in considerazione il rischio globale, definito dall’’insieme di fattori (età non più giovane, abitudini di vita: fumo, eccessiva assunzione di sale e sedentarietà) che insieme a condizioni cliniche associate (diabete, aumento della colesterolemia o addirittura precedente infarto cardiaco o ictus) contribuiscono ad aumentare la probabilità di andare incontro nel corso dell’esistenza, a ulteriori o nuovi eventi cardiovascolari (frequentemente su base aterosclerotica).
Attualmente, inoltre, soltanto una piccola parte della popolazione ipertesa, che in Italia non supera il 20-25%, risulta ben trattata con farmaci antipertensivi e quindi più protetta rispetto alla maggioranza di quei pazienti che pur assumendo farmaci per il trattamento della ipertensione arteriosa non raggiungono valori soddisfacenti della stessa e per la riduzione delle complicanze cardiovascolari. L’ipertensione arteriosa può spesso condurre allo scompenso cardiaco, attraverso una serie di modificazioni “svantaggiose” che si manifestano nel cuore di un paziente iperteso, soprattutto se non in trattamento con una adeguata terapia antipertensiva.
Se un paziente iperteso è anche colpito da diabete mellito (valori oltre la norma di zuccheri nel sangue), presenta un rischio cardiovascolare più elevato e quindi va trattato con maggiore attenzione, richiedendo un trattamento antipertensivo più aggressivo.