In prigione sull'Himalaya sognando il ritorno a casa

Torna &quot;Il campo 29&quot;, il romanzo di Antonielli che racconta il calvario degli ufficiali catturati dagli inglesi e internati in India fino al 1947. In migliaia vennero spediti ai piedi del Dahula Dar. E lì il tempo si fermò<br />

Li mandarono lontano, ai piedi del tetto del mondo. Ai piedi dell’Himalaya. Ma non fu come nei viaggi magici di Salgari. Dai campi di El Agami e Geneifa, dai laghi amari di Ismailia li imbarcarono con le loro divise a brandelli su carrette del mare onuste d’anni e di sporcizia, stipate all’inverosimile. Dopo giorni di sudore, lacrime, salsedine e carbone sbarcarono a Bombay, la grande madre dell’India. Ma non ebbero modo di apprezzarne né l’opulenza, né la povertà brulicante. Conobbero solo spintoni, fucili e guardie indiane dalle «folte barbe buie». Furono stipati in treni pieni di pidocchi e con i finestrini inchiodati. Treni che corsero l’intero continente sino a Yol: altipiano senza storia e senza senso ai piedi del Dahula Dar.

Ad attendere questi italiani stanchi e in grigioverde, i campi di prigionia, in cui «si vedevano tanti capannoni, d’un bianco tirato a calce, allineati in spietata simmetria, fitti come i carri inglesi sul deserto» nelle battaglie che avevano tristemente perduto. Quei capannoni sarebbero stati la loro casa per molti anni (i più tornarono in patria nel 1946-47). E solo lì migliaia e migliaia di ufficiali italiani si sarebbero davvero resi conto di cosa significasse essere un PoW (Prisoner of War), di quale fosse il prezzo amaro del sogno scemo di una Grecia con le reni spezzate o dell’illusione futurista di un impossibile balzo sino al canale di Suez.

Se questa storia di alienazione e lontananza, racchiusa in innumerevoli lettere tagliuzzate dalla censura britannica, non l’avete mai sentita né letta, non stupitevi. Ci sono vicende che in Italia per molto tempo si è scelto di non ricordare. Non hanno la vis retorica della guerra partigiana, mancano di quella pastella eroica che va bene per rifriggere alcuni dei nostri disastri militari della Seconda guerra mondiale. Bene, quegli italiani che a migliaia posarono con in mano un pezzo di lamiera con sopra il numero di matricola della prigionia - e negli occhi il dolore antico di chi ha alzato le mani implorando un nemico troppo più forte - non rientravano in nessuna di queste due categorie. Erano prigionieri di quelli che ci siamo poi abituati a chiamare «liberatori».

Non vennero massacrati, almeno non in modo scientifico. Vennero semplicemente lasciati in mezzo al nulla, soli con se stessi e con un rancio che li manteneva ai limiti della sopravvivenza. E dopo l’8 settembre del ’43 li si obbligò a separarsi gli uni dagli altri attraverso un rituale di liste di proscrizione («fascisti», «non collaboranti» e «collaboranti») che spezzò amicizie, fomentò odi e vendette, creò una buffa pantomima di guerra civile. Una guerra tra chi adesso poteva passeggiare fuori dai campi e chi no, tra chi urlava «traditore!» e chi, avendo appena messo da parte la camicia nera, indicava col dito i suoi vecchi compagni (gente che fascista magari non era mai stata ma non voleva piegarsi agli inglesi). Insomma, tutte cose che un’Italia bramosa di futuro e di sentirsi moralmente assolta non aveva più voglia di sentire. Tutte cose che gli stessi reduci dai campi inglesi ebbero pudore a raccontare.

Poteva qualcuno nel ’49 interessarsi di Ercole Rossi e Pio Valle, due capitani anziani che, esasperati dalla prigionia, si misero a cantare l’Inno a Roma e vennero falciati dalle sentinelle inglesi? O descrivere la sensazione di solitudine che si prova a essere cobelligeranti che non possono né combattere, né tornare a casa? Dei cobelligeranti restituiti con disprezzo nel ’46 (tranne i non pochi che si misero un cappio al collo per disperazione o furono stroncati dalla malaria)?
Ecco perché è particolarmente preziosa la ripubblicazione de Il campo 29 (Isbn, pagg. 325, euro 13) di Sergio Antonielli, italianista, scrittore e ufficiale che in quei campi venne rinchiuso. Il libro è un romanzo dal fortissimo tono autobiografico che venne pubblicato in due edizioni per complessive duemila copie tra il ’49 e il ’52 e venne poi rieditato negli anni Settanta quando Antonielli aveva già raggiunto una certa fama con altri libri (La tigre viziosa, Einaudi, del ’52, e Il venerabile orango, Mondadori, del ’61). Da allora il libro è sparito, come le memorie dei PoW italiani. Certo c’è stata qualche mostra, come quella al «Museo Diffuso della Resistenza» di Torino, qualche documentario e qualche libro come La cavalcata Selvaggia, Yol prigioniero in Himalaya o l’introvabile In fuga oltre l’Himalaya che racconta la storia di Elios Toschi. Ma in queste memorie si è insistito soprattutto su chi fuggì o su quel gruppetto di furibondi eroi, tra cui alcuni alpini, che in cambio della stesura di materiale cartografico di quelle zone ebbe la possibilità di uscire dai campi inglesi. Quegli uomini scalarono, quasi a mani nude, alcuni monti di quattro e cinquemila metri sino ad arrivare per primi su un «seimila» che chiamarono Cima Italia.

Il romanzo di Antonielli, però, di superiore qualità letteraria, restituisce la vita quotidiana e le sofferenze dei prigionieri. Proprio le cose di cui, al ritorno, era difficile parlare. E già dal titolo riassume il senso di quello strano limbo in cui gli italiani si sentivano rinchiusi. I campi erano quattro: il 25, il 26 (riservato agli ufficiali superiori), il 27 e il 28. Il campo 29 non esisteva, era il luogo dove si diceva andassero i morti, quelli che non ce la facevano più. Ecco perché i dialoghi del libro hanno la caratteristica di un «parlare tra naufraghi», nato da quella «febbre da filo spinato» che ben pochi altri libri restituiscono altrettanto bene: «Non riusciva a sopportare quella conta che, giorno per giorno, veniva a ripetergli l’umiliazione di sfilare davanti agli inglesi... Era nei loro movimenti un che di fiacco e triste che dava all’allineamento militaresco una pesantezza funebre... A uno a uno furono fotografati, col numero da galeotto appoggiato sul petto, con le facce stralunate appoggiate sul muro bianco... non vedevano più nulla oltre i reticolati se non i riverberi del sole che moriva... Lentamente l’impressione di riposo sfociava in una noia metodica assillante... il groviglio dei fili consumava l’anima».
Del dolore di diecimila italiani è rimasto solo questo, le pagine di Antonielli. Splendide perché cariche della strana, triste follia che colpì i prigionieri. Molti, tornati a casa la nascosero nel profondo dell’animo, o la trasformarono in racconti esotici che mimetizzavano le ferite.

Chissà se quelle ferite si sono mai davvero chiuse? Ma forse per i «ragazzi» di Yol questa era una domanda da rimuovere. Scrive Antonielli: «L’essenziale era rimpatriare ovverosia tornare nella patria della vita buona, quell’insieme di strade, case, donne automobili e vetrine, e che per caso era l’Italia, e forse non era il migliore dei casi possibili».