La primadonna che vestì l’avventura

Una mostra e un libro sulla grande (scandalosa) griffe italiana

Nel ritratto che Leonor Fini le fece nell’immediato dopoguerra, Simonetta Colonna di Cesarò ha gli occhi da gatta e lo stesso sorriso indecifrabile della celebre foto di Norman Parkinson, scattata per Vogue nel 1952, che ora fa da icona e da richiamo alla grande mostra di Palazzo Pitti che la celebra, «Simonetta. La prima donna della moda italiana», e che si chiude domenica. Le otto sale della palazzina della Meridiana espongono quattordici ensemble della sua collezione privata e l’album cartaceo che ne racconta i primi passi e l’apogeo: disegni, ritagli, fotografie. Dal Metropolitan museum of art di New York, dal Victoria and Albert museum di Londra, dal Münchner Stadtmuseum di Monaco di Baviera, da collezioni private di tutto il mondo arrivano gli altri pezzi, bozzetti, collage, abiti, cappelli, mantelli, gioielli e l’insieme racconta una storia che non riguarda soltanto il mondo più o meno effimero del fashion system, ma ha a che fare con un carattere, una cultura, un modo d’essere.
Non a caso, a corredo dell’omaggio fiorentino, Marsilio manda in libreria un volume che con lo stesso titolo dell’esposizione ne ripercorre la storia, e accanto la sua autobiografia: si chiama Una vita al limite (pagg. 253, euro 15) ed è il racconto di un’esistenza all’insegna della libertà e della ribellione, della ricerca del proprio io.
Oggi Simonetta è una bella signora di 85 anni che vive fra Roma e Parigi. È stata il simbolo della ricostruzione italiana negli anni Cinquanta, ha incarnato la «dolce vita» e il boom dei Sessanta, ha dato un taglio netto a tutto nei Settanta, quando ha scoperto l’India, la sua ricchezza spirituale, ma anche la sua povertà materiale, e si è presa cura di un lebbrosario a Brahmapuri. Ironica, spiritosa, si deve a lei anche la scrittura di un libro svagato, A snob in the kitchen, Una snob in cucina, e di un altro simile eppure profondamente diverso: Cucinare con uno yogi vegetariano. Che altro? Due matrimoni, due divorzi, qualche amore, figli, nipoti...
Nei cognomi, a volte, è scritto il carattere. I di Cesarò erano un nobile ramo siciliano della schiatta romana dei Colonna, il padre di Simonetta, Giovanni Colonna Romano duca di Cesarò, fu ministro del primo governo Mussolini nel 1922 e si dimise nel 1924 dopo il delitto Matteotti. Per tutto il Ventennio resterà un sorvegliato speciale, protetto dal suo nome e dalla monarchia, ma impossibilitato a svolgere qualsiasi funzione pubblica, un esule in patria. Simonetta prende da lui il culto delle arti e il gusto dell’indipendenza. Non ancora maggiorenne è già al confino, nel maggio del 1942 infrangerlo - presentandosi a una festa di compleanno a Roma al fianco di un diplomatico americano che sta per essere espulso - le costa quindici giorni di prigione e un nuovo confino in Abruzzo. Due anni dopo, come fiancheggiatrice della Resistenza, le mura delle Mantellate, il carcere femminile capitolino, la «ospiteranno» ancora per due mesi. È un antifascismo aristocratico e caratteriale: non c’è niente di peggio che cercare di obbligare uno spirito ribelle a fare qualcosa. Farà l’opposto...
Dalla guerra Simonetta esce con un marito, Galeazzo Visconti di Modrone, e con la voglia di recuperare quei legami cosmopoliti e quelle immagini proustiane di un’educazione materna fatta di balli e di prime teatrali. Nel palazzo di famiglia di via Gregoriana nasce la sua casa di moda e in una Roma in cui c’è ancora penuria di tutto trasforma strofinacci e fodere, grembiuli e anelli di tende, nastri e fettucce, in oggetti di moda, «trovate di povertà ingegnosa» le definirà la scrittrice Irene Brin che la terrà a battesimo come stilista e ne favorirà l’ascesa. È il 1946 ed è nata una stella, la più giovane e promettente couturière italiana.
L’intuito di Simonetta sta nel conciliare l’esotismo e l’aristocrazia del suo mondo d’elezione con la praticità e la modernità del gusto d’oltreoceano. «Ho creato vestiti perché mi piacevano le novità. Sono stati anni belli e artistici. I vestiti sono come la psicanalisi. Cambiano l’umore». Dalla casa di via Gregoriana, si trasferisce a Palazzo Altieri: nell’attico opposto al suo vive Anna Magnani: «Eravamo due donne di carattere e quindi due pessime vicine», ricorderà. Poi sarà la volta di una villa sull’Appia antica, sfilate, fra marmi e colonne, feste fiabesche. Ha divorziato, ha un nuovo amore, il sarto Alberto Fabiani. È con lui che va alla conquista di Parigi: la sua boutique di rue François Premier diventerà il crocevia dello smart-set internazionale: i suoi clienti sono la duchessa di Windsor, Elsa Schiapparelli, Marisa Berenson, Estée Lauder...
Alla domanda su che cosa contasse nella vita, Simonetta di Cesarò ha sempre risposto con due parole: «Avventura e pericolo». Tutta la sua esistenza è stata segnata dalla paura della noia, del vuoto, dell’indifferenza, dal sentimento della sfida, dall’attrazione per il bello. La moda è stata per lei anche il gusto dell’altro, della recita, una sorta di teatralizzazione dell’esistenza. Si spiega anche così perché, da un giorno all’altro, decida di mollare tutto. È abituata a una moda che crea e si trova, alla fine degli anni Sessanta, con una moda che arriva direttamente dalla strada. «La moda non è più di moda» dice, primo passo verso un epilogo che non le piace. «Non ci si veste più, ci si copre. Abbiamo tutti la stessa uniforme. Prima invece i vestiti erano belli anche sotto. Il termine inglese che definisce la moda come attività commerciale (rag trade, mercato degli stracci) riassume la mia opinione sulla situazione presente. Non mi pento della mia decisione di allora».
Nel 1972 è già in India, ha venduto la sua Maison, si è buttata alle spalle la mondanità internazionale, vive in un ashram ai piedi dell’Himalaia, si occupa di chi soffre. Ci resta per un quindicennio, continuerà a tornarci per tutti gli anni Novanta. Oggi dichiara di non avere rimpianti e, come Neruda, di sé può tranquillamente dire: «Confesso che ho vissuto».