Primato milanese: oltre un secolo di caffè espresso

La ditta Pavoni festeggia i 110 anni del brevetto Dal 1905 le macchine hanno invaso tutti i bar

Niente da fare. Per quanto ci sforziamo non riusciremo mai a riprodurre a casa l'ineffabile piacere di un espresso da bar. Il «fattore x», non è un mistero, è la macchina. Noi milanesi dovremmo saperne qualcosa, perché se è vero che Napoli rimane l'indiscussa capitale tricolore del caffè, permetteteci almeno di dire che quella delle macchine da espresso è proprio Milano.

E non da ieri: fanno 110 anni giusti da quando, in una piccola officina di via Parini, Desiderio Pavoni sviluppò un brevetto acquistato tre anni prima, come attestano i documenti dell'epoca (1905): «Si rende noto al pubblico che la privativa industriale dal titolo Innovazione negli apparecchi per preparare e servire istantaneamente il caffè in bevanda, originariamente rilasciata al nome del sig. Bezzera Luigi, fu trasferita per intero al sig. Pavoni Desiderio, a Milano». Era nata «Ideale», la prima macchina per caffè espresso da bar, l'inizio del mito La Pavoni.

Da Gigante a Lilliput, modelli per tutte le esigenze. I riconoscimenti non si fecero attendere: medaglia d'oro a Milano 1906 e Marsiglia 1908; gran premio di Parigi e diploma d'onore Buenos Aires 1910, gran premio di Bruxelles 1911. Fu una rivoluzione. Si faceva strada la società di massa e quelli che, fino a poco prima, erano luoghi per pochi eletti iniziavano ad essere frequentatissimi: progettisti di tutto il mondo si spremevano le meningi per realizzare macchine da caffè per esercizi pubblici, ma il bollente nettare nero di Ideale, che usciva al ritmo di 150 tazzine all'ora, era altra roba. Ideale, appunto.

E chissà se l'inventore aveva in mente la famosa romanza di Francesco Paolo Tosti, che proprio in quegli anni usciva per Ricordi, altra gloria milanese. I cataloghi dell'epoca inneggiano alla praticità, all'economia, all'igiene, alla qualità. Ma Pavoni era anche la ricerca di un'estetica accattivante. Non a caso ben presto avvenne l'incontro con il grande design: nel '48 un certo Gio Ponti, a sei mani con Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli, progetta «La Cornuta», prima macchina a caldaia orizzontale con i caratteristici gruppi erogatori in evidenza sul corpo cilindrico.

Nel dopoguerra l'avventura continua con la serie «Concorso» (1956), progettata da Bruno Munari ed Enzo Mari con grande attenzione alla carrozzeria fatta da elementi geometrici modulari. Cinque anni dopo è la volta di «Brasilia», frutto della collaborazione di Rosselli con Tito Anselmi.

A ogni decennio il suo modello: Europiccola Professional (1974), esposta anche al MoMA di New York, erogava 16 caffè consecutivi. Oggi La Pavoni, che nel frattempo si è trasferita a San Giuliano Milanese, ha due linee complete, professionale e domestica, con versioni a leva e ad erogazione che escono dalla matita del designer Carlo Galizzi.

E c'è anche una macchina completamente automatica che prepara caffè e cappuccini in pochi secondi senza l'aiuto dell'operatore. Tra le novità c'è il ritorno di Diamante, rivisitazione del celebre modello di Munari.