La primavera? A Roma è un tour fatto «ad arte»

Fiori colorati, in vasi o prati, come nature morte o, al contrario, «vive». Rose dai ricercati simbolismi o fiorellini di campo, tracce di un’età bucolica perduta. Piante usate come ornamenti, altre come maschere o vestiti. Non c’è bisogno di attendere la primavera per veder fiorire la città. Tra dipinti e sculture, infatti, a Roma la bella stagione è tale tutto l’anno. I fiori sono stati sempre molto amati come motivi ornamentali, nel desiderio di dimenticare la «chiusura» degli ambienti creando uno stretto rapporto con l’orizzonte. Libero e aperto. Nell’antica Roma i giardini erano status symbol. I ricchi si divertivano a impreziosirli fino a portarli concettualmente dentro le case, in un percorso continuo che dall’arte della natura conduceva a quella dell’uomo che la raffigura, dalla creazione primordiale a quella rimeditata. Sono grandi festoni verdi, «addobbati» con golosi frutti, in secondo stile pompeiano, quelli dipinti tra le false colonne della Casa di Livia, che, scavata nel 1869, è una delle poche domus rinvenute sul Palatino. Motivi floreali, più radi, compaiono pure nella Casa di Augusto. Qui petali e corolle sembrano solo una delle tante figure geometriche di un virtuosismo meccanico e non emotivo, che relega il soggetto alla mera funzione di decoro, senza lasciargli un respiro meditativo. Più ricchi gli affreschi della Villa di Livia che ritraggono un intero bosco con colori sorprendentemente accesi. Per ammirarne stile e effetto scenografico bisogna recarsi a Palazzo Massimo alle Terme. Fiori decorano pure l’Ara Pacis. Basti pensare alla figura femminile, Venere Genitrice o Pax Augusta, raffigurata con una veste leggera e una corona di fiori e frutti. Spostandosi per strade e secoli, il tour prosegue alla Galleria Borghese, con l’esplosione della natura barocca. Jan Brueghel il Vecchio firma Una caraffa di fiori, opera controversa, per alcuni critici copia di un perduto dipinto caravaggesco, in cui però lo studio delle luci sul vaso di vetro e la leggerezza dei fiori di campo si inquadrano in una ordinata composizione fiamminga. Qui, anche le rose di Tiziano, in Amor Sacro, amor profano, dove la natura, ora «chiusa», ora aperta, aiuta a visualizzare i diversi gradi della Venere platonica, rimandando a una più ampia e diffusa primavera sentimentale. Diversa «fioritura» per Gian Lorenzo Bernini con il gruppo scultoreo Apollo e Dafne: nella metamorfosi di Dafne, che si trasforma in pianta, l’apparente prigione della corteccia è lo «sbocciare» verso uno stadio più alto, dove la primavera, prima naturale, poi emotiva, diventa anche esistenziale. Piena libertà di essere e manifestarsi, seppure nella negazione del Sé. È malinconica, invece, La Primavera di Giovan Francesco e Paolo Antonio Barbieri a palazzo Pallavicini Rospigliosi: la dea sembra riflettere sulla caducità della sua stessa vita, sfiorando delicatamente dei fiori, portati via in vaso - quindi morti - da un putto. Sensualmente generosa la Flora di Carlo Cignani alla Galleria Spada. Solenne e monumentale nella sua allegria, la statua che la ritrae, in piazza del Popolo, con fiori e spighe. Il tour prosegue alla Galleria nazionale d’arte moderna con la vaghezza minimalista delle Farfalle di Gaetano Previati, protagoniste assolute della tela nel loro posarsi sulle corolle. La primavera, in fondo, non è che una stagione. Di vita, anima ed arte.