Primo ciak in gran segreto per il nuovo lavoro del regista di «Caro diario». Nel cast Silvio Orlando, Margherita Buy e Jasmine Trinca Moretti fa girotondo con il «Caimano»

Mirato su Silvio Berlusconi, arriverà nelle sale prima delle elezioni. Ma le precedenti pellicole militanti non hanno portato bene alla sinistra

Michele Anselmi

da Roma

«Sì, abbiamo cominciato oggi. Ma, ti prego, non chiedermi altro. Non posso rispondere». Affabile come sempre, il produttore Angelo Barbagallo, socio storico di Nanni Moretti nella Sacher, conferma l'inizio delle riprese del Caimano. Inutile insistere. Ancor più che in passato, Moretti ha eretto uno spesso muro di segretezza attorno al progetto, sin da quando, il 19 ottobre scorso, l'annunciò con uno scarno comunicato di 51 parole. Progetto tutto politico, quindi alquanto gustoso: giacché il caimano in questione, ripreso da una colorita definizione di Franco Cordero sulla Repubblica («Siccome ha la cultura dei caimani, non gli passa per la testa che esistano poteri separati»), allude a Berlusconi, il nemico numero 1, l'uomo da battere alle elezioni del 2006. Infatti il film dovrebbe uscire, distribuito e coprodotto da Mikado, proprio a marzo, qualche settimana prima del cruciale certame tra Berlusconi e Prodi. Sempre che siano loro i candidati dei rispettivi schieramenti. Con quel che sta accadendo, sia a destra sia a sinistra, non è certo che vada così; il che renderebbe il film, certo tra i più attesi e misteriosi, un'arma leggermente spuntata.
Ma vediamo ciò che si sa del Caimano. Si sa che Moretti per la prima volta non reciterà, limitandosi al ruolo di regista e sceneggiatore (il copione è firmato insieme a Francesco Piccolo e Federica Pontremoli); si sa che nel cast figurano Silvio Orlando, forse nel ruolo del protagonista, Jasmine Trinca e la new-entry Margherita Buy (si parla di una comparsata in amicizia di Michele Placido); si sa che le riprese subiranno un'interruzione ad agosto per riprendere poi a ottobre, causa l'evoluzione temporale della storia; si sa, o meglio si vocifera, di un vivace disaccordo in fase di scrittura con la sceneggiatrice Heidrun Schleef, che infatti sigla solo il soggetto.
Dal quartiere generale della Sacher, dove ieri i telefoni bollivano, neanche un commento. Si rimanda alle parole pronunciate qualche mese fa dal regista nel corso di un collegamento telefonico con gli Stati generali del documentario italiano, a Bologna: «Sarà un film di fiction su Silvio Berlusconi, nella migliore tradizione del cinema italiano d'impegno civile. Come all'epoca fu, ad esempio, Le mani sulla città di Rosi». Aggiungeva Moretti: «La mia ambizione non è quella di realizzare un film per far cambiare idea agli elettori di Berlusconi, né per rassicurare un certo tipo di pubblico di sinistra nelle proprie certezze. Sia come regista, sia come spettatore, infatti, non amo i film di questo tipo. Al contrario spero che Il caimano possa semplicemente suscitare dei dubbi».
Dubbio è una parola che piace molto a Moretti, benché l'uomo, cineasta di indubbio talento e già leader carismatico al tempo dei Girotondi, sembri poco incline a sfumare o rivedere i propri giudizi. In piazza fustigò i capi del centrosinistra urlando: «Con questi qui non vinceremo mai»; e invece, da allora, Fassino e Rutelli hanno vinto a ogni competizione elettorale. Ma insomma: Moretti è Moretti. Caro al popolo progressista, molto ascoltato in Francia, riverito e temuto dai suoi colleghi cineasti (riuscire a farsi programmare un film al Nuovo Sacher è impresa ardua), il magnifico cinquantenne pratica un cinema d'autore sulla cui forza espressiva, e anche mediatica, è difficile non concordare.
«Oltre a chiedere ai leader dell'Ulivo di “dire qualcosa di sinistra”, non sarebbe male se qualche regista, sceneggiatore, attore e produttore si decidesse anche a fare qualcosa di sinistra», punzecchiò qualche tempo fa Giovanni Valentini sulla Repubblica, chiedendosi perché nessun regista mettesse mano a un film su Berlusconi alla maniera di Michael Moore. Ma questo, con tutta evidenza, non è lo stile di Moretti. Sia nei suoi documentari (ad esempio La Cosa, sulla trasformazione del Pci), sia nei suoi film più politici (Palombella rossa, Aprile), il regista ha sempre evitato la rappresentazione farsesca che strappa l'applauso militante. Anche nel Portaborse, dove incarnava il luciferino ministro socialista Botero, fu attento a disciplinare l'affondo polemico ai chiaroscuri dell'interpretazione. Fa eccezione L'unico paese al mondo, spot collettivo realizzato nel 1994 e distribuito a poche settimane dalle elezioni che avrebbero portato Berlusconi a Palazzo Chigi. La crema del cinema éngagé, da Giordana a Martone, da Mazzacurati a Risi, raccolse l'appello della Sacher: nove episodi tra il grottesco e l'indignato per complessivi 18 minuti, l'ultimo dei quali diretto dallo stesso Moretti. Decisamente non portò fortuna a Occhetto. Non a caso raccomanda oggi Daniele Luchetti, che da Moretti fu scoperto e con lui fece Il portaborse: «Berlusconi tende a spargere vittimismo attorno a sé. Meglio giocare di sponda, non aggredire apertamente nessuno, perché il pubblico è sempre portato, istintivamente, a difendere chi è aggredito». Che a sinistra temano l'effetto Fahrenheit 9/11? Un trionfo in sala, un disastro per Kerry.

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