Il primo pittore «italiano» tra viaggi e lezioni d’arte

Nella Cronica di Giovanni Villani viene definito «il più sovrano Maestro stato in dipintura» e per Dante la sua «fama» ha oscurato quella di Cimabue. Stiamo parlando di Giotto il cui lavoro e magistero sono al centro di una grande mostra (curata da Alessandro Tomei) che verrà ospitata a partire dal prossimo 6 marzo al Complesso del Vittoriano. A oltre settanta anni dall’ultima grande mostra sull’artista allestita agli Uffizi nel 1937, questa di Roma è la prima grande mostra realizzata fuori Firenze.
Oltre 150 opere, venti delle quali direttamente eseguite da Giotto, tutte di alto livello raccolte per la prima volta per ripercorrere nella sua interezza il percorso figurativo giottesco. Polittici, opere su tavola, sculture, manoscritti e oreficerie di pregio restituiscono un’idea precisa non soltanto del lavoro di Giotto pittore ma anche dell’immaginario del tempo e della fortuna che le innovazioni apportate da questo genio toscano hanno avuto nell’arte del XIV secolo.
Artista-simbolo dell’intero Medioevo, Giotto conobbe particolare e vastissima fama anche presso i suoi contemporanei. La sua personalità artistica fu unanimemente riconosciuta, già dagli intellettuali del tempo (tra cui Boccaccio e Petrarca), come momento di snodo della cultura pittorica occidentale, in un’ottica anticipatrice dei valori formali, ma anche ideali, del Rinascimento.
Il nucleo davvero originale della mostra è anche la dettagliata ricostruzione dei percorsi giotteschi e della svolta impressa dalle sue opere alle tradizioni e alle scuole pittoriche disseminate nelle regioni italiane dove il Maestro toscano lasciò la propria impronta. Opere, in qualche caso completamente scomparse, ma idealmente ricostruibili non solo attraverso le fonti scritte, ma, soprattutto, grazie agli echi che se ne riscontrano nella pittura dei maestri locali.
In oltre cinquant’anni di attività, infatti, Giotto fornì temi stilistici e, più in generale, argomenti di riflessione sulla funzione e la natura delle arti figurative, agli artisti suoi contemporanei e a quelli delle generazioni successive. Temi come la rappresentazione tridimensionale dello spazio, il recupero del naturalismo dell’immagine e della figura umana, l’introduzione di una dimensione affettiva della pittura divennero, dopo Giotto, aspetti ineliminabili dell’arte italiana.
Tra le opere presenti in mostra spiccano veri e propri capolavori di grandi maestri come i pittori Cimabue, Simone Martini, Pietro Lorenzetti, gli scultori Arnolfo di Cambio, Tino di Camaino, Giovanni Pisano, Giovanni di Balduccio, gli orafi Guccio di Mannaia, Andrea Pucci Sardi, tra i miniatori Cristoforo Orimina e il Maestro del Codice di San Giorgio, uno dei più raffinati e colti interpreti della lezione giottesca.
Tra le opere giottesche spicca il polittico Madonna col Bambino e i santi Nicola di Bari, Giovanni Evangelista, Pietro e Benedetto (con il Cristo benedicente nel tondo della cuspide centrale) della Galleria degli Uffizi di Firenze e appena restaurata.
La collocazione romana della mostra va anche intesa in funzione esplicativa del ruolo che l’Urbe e i suoi monumenti antichi (Colonna Traiana e Arco di Costantino su tutti) svolsero nella formazione del linguaggio giottesco, aspetto questo sinora mai compiutamente affrontato in un percorso espositivo, anche se da qualche anno riportato al centro dell’attenzione dalla letteratura specialistica con risultati di grande interesse. Ma non solo: a Roma Giotto lasciò opere fondamentali, promosse dal cardinale Jacopo Stefaneschi la cui attività di committente sarà rappresenta in mostra dai resti del mosaico della Navicella, da una parte del Trittico per la Basilica, dalle immagini dei S. Pietro e Paolo nel Tesoro di San Pietro e dai manoscritti conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana.
La mostra rimarrà aperta fino al 29 giugno.