Un problema mondiale affrontato in ordine sparso

Per i ristoratori americani o le massaie europee, l'impennata dei prezzi di grano, riso, mais e soia rappresenta un problema, ma per le masse di diseredati dell'Africa, dell'Asia meridionale e dell'America latina, che devono campare con un dollaro al giorno, può essere questione di vita o di morte. Per questo, in almeno venti Paesi del Terzo mondo, da Haiti all'Egitto alle Filippine, si sono registrati nelle ultime due settimane rivolte popolari che in alcuni casi hanno dovuto essere soffocate nel sangue. Ora, tutti cercano di correre ai ripari, perché una crisi alimentare che investa centinaia di milioni di persone e aumenti in maniera esponenziale il numero già allarmante di chi muore di fame potrebbe essere molto più pericolosa per la stabilità del globo di quella dei mutui sub-prime.
Non è una crisi insolubile, perché, nonostante siccità, disastri naturali e presunto riscaldamento del pianeta, il mondo ha tuttora la possibilità di aumentare nel giro di una stagione la produzione delle principali derrate: basterebbe, per esempio, tornare a coltivare i campi americani ed europei che le rispettive politiche agricole hanno messo a riposo per evitare di creare eccedenze che abbattano i prezzi (!). Il difficile è coordinare l'azione e fare in modo che i benefici arrivino in tempo a chi ne ha più bisogno. Per adesso, ogni Paese sembra agire in proprio, con i grandi produttori di riso come la Thailandia o di carne come l'Argentina che tassano o addirittura vietano le esportazioni per contenere i prezzi interni. Intanto, le scorte si assottigliano a vista d'occhio e la Fao, l'organismo delle Nazioni Unite che dovrebbe curare la distribuzione degli aiuti e non è mai stato un modello di efficienza, annaspa.
Gli esperti ritengono che l'emergenza abbia le cause seguenti: l'aumento dei consumi nei Paesi emergenti (Cina e India in testa), il crescente uso di cereali per la produzione di biocarburanti, l'aumento del costo dei trasporti, la mancanza di piogge in Australia che ha dovuto abbandonare del tutto la produzione di riso, la speculazione sia su scala mondiale sia sul piano locale e, come si è detto, la assurda politica agricola dei Paesi ricchi, Italia compresa. A questo va aggiunto l'effetto panico, moltiplicato dalla televisione satellitare: in vista di un possibile esaurimento delle scorte, i consumatori che se lo possono permettere stanno accaparrando quello che trovano lasciando gli altri nella disperazione.
La crisi dovrebbe avere almeno un effetto positivo: mettere fine alla sciagurata politica, originariamente imposta dagli ambientalisti e poi diventata un grande business, di usare prodotti alimentari per trasformarli in carburante: oltre tutto, sembra ormai provato che questo processo produca più emissioni di CO2 di quante non ne eviti. Ma, oltre a questo, è necessaria una generale revisione delle politiche agricole, possibilmente concordata da produttori e consumatori, che tenga conto delle nuove circostanze.