Il problema non è l’età pensionabile ma il capitale accumulato dagli enti

La campagna, a tutto campo, per fare aumentare l’età pensionabile non conosce sosta. Politici, economisti, opinionisti e chi più ne ha, più ne metta, sostengono che, data l’aumentata aspettativa di vita, bisogna andare in pensione più tardi. A supporto di questa tesi non potevano mancare i confronti con quanto accade in altri Paesi europei ed ecco il bel specchietto apparso sul Giornale, dal quale risulta che l’Italia, rispetto a Francia, Germania, Regno Unito e Spagna si permette un privilegio insostenibile. Lo schema riportato è sintetico, cita l’età di pensionamento, le condizioni per il ritiro anticipato e varie note su alcune particolarità. Manca però l’elemento fondamentale per capire quello che succede all’estero. Manca l’aliquota contributiva. Non ho la più pallida idea di quanto paghi un tedesco o un francese. So quanto paga un italiano: circa il 33% della retribuzione lorda. Da questo dato, e solo da questo, bisogna partire con i ragionamenti. Quest’aliquota comporta che in Italia la retribuzione sia divisa tra enti previdenziali e lavoratori nella misura di un terzo per i primi e due terzi per i secondi. Questo significa che la paga effettiva è appena il doppio della contribuzione, e questo significa ancora che dopo 40 anni di lavoro regolare, si è accantonato, per avere una serena vecchiaia, un importo pari a 20 anni di stipendio. Di fronte questi numeri, non si capisce perché si parli di copertura pensionistica al 40-50%, di pensioni integrative, di furti di Tfr. Con una pensione al 50% il lavoratore deve ricevere l’assegno per quarant’anni prima di riavere i propri quattrini e cominciare a pesare sulla collettività, il che sarà impedito dalla natura umana, anche se va in pensione a 57 anni. Con una copertura del 80% si otterrebbe la restituzione in 25 anni, centrando l’appuntamento con la morte, che la statistica vuole a 82 anni.
Il problema dell’Italia quindi non è questo, ma il fatto che le pensioni si fondano su una sorta di catena di S. Antonio, e sono pagate solo con i nuovi contributi che man mano vengono incassati, perché quelli versati dai lavoratori più anziani, che aspirano alla pensione, non ci sono più. A questo si aggiunga che le nuove generazioni vengono impiegate con contratti a termine e con paghe molto basse, e il gioco si ferma e la frittata è fatta. Tutta qui l’esigenza di riformare le pensioni. Mica per garantire le pensioni ai giovani (questa è la scusa per i gonzi), che potranno pretendere qualcosa tra una trentina d’anni, e chi sa cosa si userà allora, bensì per evitare di restituire sotto forma di legittime pensioni, oggi, gli ingenti capitali accumulati ma che politiche dissennate hanno fatto sparire, con il risultato che le casse degli enti sono desolatamente vuote. Se qualcuno si volesse divertire a calcolare quanti miliardi d’euro dovrebbero essere in custodia presso i vari enti, affidatigli da oltre venti milioni di lavoratori (e sappiamo che non c’è una lira), si scoprirebbe che il debito pubblico, da 1.600 miliardi, che tanto ci affligge, rappresenterebbe la mancia per i caffè.