Processo a mubarak ma l’egitto non cambia

di Vittorio Dan Segre

Quando il 19 agosto si riaprirà al Cairo il processo a Hosni Mubarak, nella scuola di polizia che portava il suo nome, sia che l'ex presidente riappaia o no in barella in tribunale, la domanda che molti si porranno nel mondo arabo è a cosa servirà questa drammatica pubblica esposizione (moltiplicata da grandi schermi nelle piazze) del vecchio raìs malato in una gabbia. Certo servirà a soddisfare il bisogno di vendetta e di riconquista collettiva di dignità da parte delle masse a cui la cricca di generali che ora governa il Paese - tutti colleghi di Mubarak - l’ha dato in pasto nella speranza di far dimenticare le proprie colpe. Il simbolismo di questo processo (meno teatrale e dignitoso della salita di Luigi XVI al patibolo di Parigi il 21 gennaio 1793) è comunque enorme. Come tutti i simbolismi è entusiasmante ma pericoloso. È entusiasmante perché nessun altro simbolo servirà a ricordare nella coscienza collettiva araba (come fu quello della presa della Bastiglia nella coscienza europea) il momento in cui i popoli arabi si sono levati contro la dittatura, l'ipocrisia e lo sfruttamento politico, l'ingiustizia sociale e la corruzione morale nelle loro società. Ma il processo, oltre che a trasformarsi in un possibile boomerang contro i generali al governo e a suscitare ripensamenti di misericordia in un popolo noto per la sua bonarietà, a cosa realmente servirà? A dare una lezione a tutti i tiranni nel futuro, come ha detto uno studente rivoluzionario? A dare pace alle famiglie dei martiri, come ha detto un altro? A mettere fine a 30 anni di tragedia, come ha detto un farmacista a un giornale americano? Oppure a sviare l'attenzione dai problemi endemici della società araba mentre la rivolta delle masse (e la controrivoluzione ormai in atto dalla Libia allo Yemen) non farà che aumentare le difficoltà nel campo politico ed economico. I problemi endemici nei confronti dei quali la "rivoluzione dei gelsomini" iniziata nel maggio scorso in Tunisia non sembra apportare né soluzioni né idee nuove sono principalmente due. Il primo è quello dell'autoritarismo. Non lo si risolve deponendo i tiranni in una società dove la violenza famigliare è endemica. Dove la donna conta giuridicamente metà dell'uomo, dove meriti e figli maschi sono legittimi guardiani delle madri e delle sorelle a qualsiasi età. Non si può parlare di uguaglianza in Paesi dove le minoranze - vedi i 12 milioni di cristiani copti in Egitto, per non parlare di quelli nel Sudan, in Pakistan, a Gaza e in Arabia Saudita non ne godono sia di fatto o - spesso - di diritto. Il secondo problema è quello di Israele. Lo Stato ebraico è servito per 60 anni da alibi ai governanti arabi per giustificare lo sperpero delle risorse umane e materiali per opprimere e irreggimentare le masse. Dopo essere stato dimenticato dai rivoluzionari nelle piazze, Israele sembra ora tornare a rivestire questo vecchio ruolo per giustificare il fallimento, o i ritardi o le ambizioni dei candidati al potere all'interno dei movimenti rivoluzionari. Israele porta certo delle responsabilità nei confronti del mondo arabo e di se stesso. In questo momento non presenta un bel modello sociopolitico. Per quanto ricco e democratico è fra le società economicamente più differenziate. Il suo settore religioso è striato da correnti nazional-fasciste, mentre alcuni suoi dirigenti possono fare concorrenza per visione sociopolitica agli ayatollah iraniani. La dirigenza laica politica è priva di iniziativa tanto verso l'interno che verso l'esterno. Ciò detto, Israele è oggi una delle società più innovatrici, modernizzatrici, realizzatrici e coraggiose del mondo. Lo si può amare, invidiare o odiare ma non lo si può ignorare. Collaborare con lui piuttosto di continuare a delegittimarlo e farsene un alibi dei propri mali e dei propri problemi irrisolti, sarebbe il segno di una vera e costruttiva rivoluzione araba.