Prodi e il rischio delle parole

Carlo Pelanda

Non vorrei che le dichiarazioni di Prodi di qualche giorno fa fossero dimenticate. Perché certamente sono state registrate dalla centrale strategica di Al Qaida e ciò potrebbe avere conseguenze che dobbiamo valutare.
Prodi ha detto che se la sinistra vincerà nel 2006 ritirerà le truppe italiane in Irak o ne disarmerà la missione. Tali parole sono state calibrate in vista delle primarie interne all'Unione per soddisfare l'antioccidentalismo radicale della sinistra estrema e la sua tesi della natura illegittima della missione in Irak. Contro ogni evidenza. Dal 2004, infatti, la missione alleata in Irak è pienamente legittimata dall'Onu e la sua agenda ne prevede il ritiro quando la nuova Repubblica sarà pienamente funzionante (referendum costituzionale ed elezioni politiche finali entro il dicembre del 2005).
Ovviamente il ritiro sarà scadenzato in base alle condizioni reali di sicurezza, ma il comando statunitense prevede di poter riportare a casa il grosso delle forze entro il 2006.
L'eventuale governo italiano di sinistra si troverebbe nell'estate del 2006 a porre un problema di ritiro mentre è in corso il disingaggio. Oppure a proporre - dimenticando la sovranità irachena - una missione senza armi delle truppe italiane mentre gli alleati se ne stanno andando. Ridicolo, surreale.
Ma, qui il punto, nella priorità di dare un messaggio simbolico alla sinistra estrema ha comunicato di fatto ad Al Qaida che il suo eventuale governo potrebbe concederle tre vantaggi: a) la non disponibilità dell'Italia a mantenere l'impegno in Irak qualora la situazione costringesse gli alleati, su richiesta dell'Onu e del governo locale, ad allungare la missione; b) conseguentemente, la divergenza tra Italia e alleanza occidentale; c) la possibilità di compromessi, pur indiretti, di non belligeranza con gli jihadisti. Questa è manna sia per la direzione strategica di Al Qaida sia per le organizzazioni dell'espansionismo islamico che non usano la violenza, ma non la condannano perché utile ad accreditare la forza dei movimenti musulmani. Le seconde, infatti, hanno ringraziato.
La prima, che studia a fondo e conosce bene il nostro sistema politico, ha avuto, in particolare, due segnali precisi da Prodi, eccitanti: 1) che imputerà Berlusconi e la questione irachena in caso di attentato; 2) che sarà disposto a compromessi per evitare colpi futuri.
Per capire la pericolosità di questa posizione «percepita» di Prodi dobbiamo avere ben chiari i concetti del pensiero strategico islamico. Questo considera la tregua come un atto di guerra e non di sua sospensione. Pertanto un compromesso deve essere sempre una vittoria, un cedimento dell'avversario che ne prepara uno successivo. Ciò rende molto probabile che Al Qaida investa più risorse di attacco contro i Paesi dove un colpo potrebbe portare ad una svolta politica: già sei disposto a non combattere, ti massacro e così ti convinci meglio e mi darai di più. Questo non vuol dire che la determinazione possa evitare attentati. Ma uno stratega, di scuola islamica, che ha poche risorse e deve allocarle dove danno migliori risultati è quasi certo che indirezzerà sull'Italia predisposta a cedere un massimo sforzo e su altri Paesi più determinati solo uno minimo, di valore simbolico-punitivo.
In sintesi, la dichiarazione di Prodi ha messo l'Italia a rischio non di attentati, cosa già esistente, ma di una sequenza più lunga di essi, e più pesanti, finalizzata a piegare la nostra volontà occidentalista e a ricattarci per dare più spazi agli islamici da noi residenti. Proprio perché l'occidentalismo ed il controllo dell'espansionismo islamico sono indeboliti. Se fossero più forti, il braccio armato (Al Qaida) e quello politico (wahabiti, salafiti, ecc.) dell'islamismo sarebbero più cauti per non provocare una controreazione che alzerebbe i costi degli sforzi di combattimento e penetrazione. In conclusione, ogni debolezza contro il nemico islamista la si paga cento volte più della determinazione totale a combatterlo.
Se Prodi non lo ha capito è un incompetente. Se lo sa, un traditore.
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