Prodi getta la maschera: la Costituzione è cosa loro

Romano Prodi non finisce mai di stupirci. Alterna di continuo due pesi e due misure, a seconda degli interessi del momento, con la massima disinvoltura e con una incredibile faccia tosta.
Nella scorsa legislatura, quando l’inquilino di Palazzo Chigi era Silvio Berlusconi, sembrò che l’Unione fosse disponibile al dialogo con la Casa delle libertà sul disegno di legge governativo di riforma della seconda parte della Costituzione. A quel punto il Nostro a più riprese pronunciò un triplice no, nella consapevolezza che repetita iuvant. No, no e no: la Costituzione tramandataci dall’Assemblea costituente non si tocca per nessuna ragione al mondo. Quasi che avesse tra le mani il flauto magico, folte schiere di personaggi politicamente corretti gli corsero appresso. Scesero in campo i soliti giuristi autodefinitisi democratici, quasi che dovessero muovere guerra a colleghi antidemocratici. E si levò a difesa della Carta del 1948 alta e forte la voce di quell’Oscar Luigi Scalfaro che nel suo messaggio d’insediamento, pronunciato davanti alle Camere riunite il 28 maggio 1992, invece invitò il Parlamento a imboccare senza indugio la strada delle riforme costituzionali per non deludere le aspettative dell’opinione pubblica. Coerenza zero.
Già che c’era, Prodi fece di più. Cercò in tutti i modi di rivestire Berlusconi con i panni di un dittatore che attenta alla sovranità del Parlamento e si propone di concentrare tutto il potere nelle sue mani. Tanto gridò assieme con i suoi cari «Al fuoco, al fuoco», che i cittadini - incredibile ma vero - dettero loro credito e bocciarono per via referendaria quella riforma costituzionale del centrodestra che avrebbe messo le nostre istituzioni al passo con i tempi e concluso la lunga stagione di una transizione che non promette nulla di buono. Ma ora che è risalito sul cavallo a dondolo di un potere che per il vero gli dà grame soddisfazioni, il Professore si comporta come i compagnucci vecchi e nuovi. E così scatta come un riflesso condizionato il solito «Contrordine, compagni».
Adesso Prodi non solo rimpiange una riforma costituzionale che gli avrebbe dato qualche potere in più, ma quando gli conviene si mette senza ritegno la Costituzione sotto i piedi. Allo scopo di vellicare l’antipolitica, nel Consiglio dei ministri di venerdì scorso il governo ha assunto il solenne impegno «a operare nei confronti del Parlamento per la riduzione del numero dei parlamentari: 315 per la Camera e 200 per il Senato» (sic). Quasi che Montecitorio e Palazzo Madama fossero un’appendice di Palazzo Chigi. Una cosa talmente inaudita che perfino Luciano Violante è insorto. A sua volta Piero Fassino in una pensosa intervista all’Unità ha aggiunto un altro sproposito. A dispetto di una laurea, sia pure tardiva, in Scienze politiche. Lui la riduzione del numero dei parlamentari, già prevista dalla riforma costituzionale della Casa delle libertà, vorrebbe addirittura codificarla nella Finanziaria. Alla faccia della Costituzione. Ecco la riprova che l’insuccesso può dare alla testa.
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