Prodi da Olmert si ferma a metà strada

Il viaggio in Israele di Romano Prodi ha il sapore di una correzione di rotta, della presa di coscienza degli errori dal suo governo. Non tanto la linea, ma l'atteggiamento italiano verso Israele è apparso diverso, la visita di Prodi a Sderot ha segnalato l'acquisizione del punto teorico che Israele è un Paese aggredito, che «merita» la pace, e non che, semplicemente, «deve» la pace a qualcuno che, certo bene intenzionato, la accoglierebbe a braccia aperte consegnando in cambio un Medio Oriente sanato, come invece suggerisce molto spesso il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, seguitando persino a immaginare che Hamas si placherebbe una volta ammesso, con tutto il suo odio integralista, alla tavola del consenso.
Prodi in realtà ha emulato il governo precedente trasmettendo rispetto verso Gerusalemme, evitando di propalare la disapprovazione, il sospetto verso la politica israeliana, la criminalizzazione che è spesso traboccata dalle e nelle piazze italiane, specie al tempo della guerra del Libano, quando il governo accusò Israele di risposte eccessive agli hezbollah, e con gli hezbollah andò a braccetto. Che cosa è successo che ha indotto Prodi a virare? Innanzitutto, l'integralismo islamico si è mostrato senza veli per quello che è, una forza montante e minacciosa che ormai si avvale dell'asse Iran, Siria, Hezbollah e Hamas, con l'appoggio esterno, diremmo, di Al Qaida (ormai stabilitasi, come ha detto anche Abu Mazen, a Gaza) e altri gruppi. Le azioni di questo asse hanno un carattere pervasivo e mire tanto vaste da lasciare pochi dubbi che non si tratti affatto di un sottoprodotto del conflitto israelo-palestinese. Al contrario: Prodi sa ormai che la vittoria di Hamas a Gaza, con le atrocità di cui certamente sia Olmert che Abu Mazen gli hanno raccontato i terribili particolari, non è il prodotto dell'«occupazione», demonio onnipossente; il guaio più grande è l'esercito integralista che propone nuove sfide all'Occidente. Un alto ufficiale del Comando Sud ha detto a Prodi che circa 30 tonnellate di esplosivo e centinaia di missili antitank sono stati contrabbandati nella Striscia in un anno, che Hamas ha sviluppato una vera industria militare che produce Kassam e armi da fuoco in serie. Quando Prodi ha saputo che a Sderot sono piovuti in un anno 5000 missili e ha esclamato «Non è possibile vivere così», ha segnalato una verità che sfugge a gran parte della sinistra: Israele è un Paese attaccato che si difende. Così è stato anche con gli hezbollah, così con i palestinesi che nel corso di tutti questi anni hanno rifiutato ogni proposta dello Stato che di nuovo viene riproposto da Prodi («due Stati per due popoli») come soluzione. Ovvero: Prodi ha compiuto metà della strada che restituisce la verità del conflitto. L'altra metà è nella risposta strategica che le novità impongono, o almeno nel dubbio che le proposte odierne non siano consone alle novità. Abu Mazen deve sentire di essere messo alla prova: se desidera il compromesso, pure le brigate di Al Aqsa rifiutano la consegna delle armi e ripropongono la distruzione di Israele, e la popolazione ancora tentenna verso Hamas. La prova lo attende.
Guardando alla natura dell'attacco a Israele, Prodi ha ben scorto la negazione della Shoah come nata nel «sonno della ragione» che combatte l'esistenza dello Stato ebraico, che sbandierata dall'Iran di Ahmadinejad e ripetuta dai suoi alleati e protetti ha una funzione direttamente politica. Anche qui, bisogna vedere se l'avere così fortemente denunciato la minaccia iraniana dalla sede appropriata, Gerusalemme, si svilupperà nella scelta, per esempio, di favorire sanzioni specificamente nazionali di banche e imprese, come è accaduto in altri Paesi.
Infine: Prodi e Olmert, due leader la cui popolarità non è florida, si sono detti un po' ciò che ciascuno voleva sentirsi dire. Se la scelta dell'Unifil è stata ispirata a lodevoli criteri di pacificazione del confine sud del Libano, pure è altrettanto incontrovertibile che gli hezbollah si sono riarmati fino ai denti, che preparano una rivoluzione sciita-iraniana in Libano, che la Siria sobbolle una nuova guerra, che le armi sono passate dal confine siriano verso gli Hezbollah senza che nessuno fosse in grado di fermarle. Non è il caso di cantar vittoria, è il tempo invece dei dubbi, della cautela, della fantasia politica più innovativa. Olmert punta sulla visita di Condi Rice fra pochi giorni per cercare «un orizzonte per i palestinesi» tramite il rafforzamento di uno schieramento moderato, protettivo, rassicurante. Esso oggi, non esiste altro che nei sogni dei leader. Può funzionare solo le vecchie formule vengono rilette alla nera luce dell'odio che ha invaso il campo. Se Prodi lo vuole fare, sappia che «land for peace» può funzionare solo se si accompagna con la cocente sconfitta di chi sulla terra conquistata invece di scuole libere dalla propaganda della morte costruisce lanciamissili.
Fiamma Nirenstein