Prof e studenti: se dalle intenzioni si passa ai fatti

Marcello D’Orta

Il 1° settembre è ufficialmente cominciato l'anno scolastico, anche se i primi rientri in classe sono previsti, secondo i calendari regionali, dal 12 settembre.
Ho frequentato la scuola, come alunno e come insegnante, trent'anni, e so come vanno certe cose. All'inizio sono tutte rose e fiori; i professori domandano agli alunni come sono andate le vacanze, gli alunni si mostrano diligenti e ben disposti ad apprendere, le famiglie degli scolari si fanno vedere spesso, i direttori intrattengono rapporti amichevoli con i segretari, i bidelli tirano a lucido la classe. Da qui a qualche mese si manderanno tutti a fare in culo.
Potevo risparmiarmi questa espressione volgare? No, non potevo, perché proprio su di essa è imperniato l'articolo. Ciò nonostante, domando scusa alle signore.
Professori e alunni, si sa, non si sono mai amati. I primi considerano scansafatiche i secondi, i secondi considerano tiranni i primi. E così è facile che la bocca esprima quel che il cuore sente. E così è facile che si passi dalle intenzioni ai fatti. E i fatti sono gli insulti. Per lo più, le offese rimangono nel chiuso dell'aula scolastica, ma qualche volta (ma sempre più spesso) finiscono in quelle giudiziarie, e perciò il consiglio che do ad alunni e professori è di stare attenti a quel che dicono.
L'articolo 594 del Codice penale recita: «Chiunque offende l'onore o il decoro di una persona è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a L. 1.000.000». Questa la teoria. La pratica è che ogni magistrato giudica a modo suo, e diventa difficile sapere quando l'offesa è veramente offesa per tutti.
Faccio degli esempi. Poniamo che un deputato apostrofi un altro con un «Sei un pezzo di m...!», e che il pezzo di m... lo quereli. Come credete che finirà? Finirà male per il pezzo di m... (a Napoli si dice «Curnùto e mazziàto» quando una persona subisce due torti), perché la giustizia ha sentenziato (in un caso come questo, occorso a due leghisti) che espressioni come «pezzo di m.» e simili, rientrano «nell'insindacabile diritto di critica e denuncia riconosciuto al parlamentare». Siete una guardia giurata, e minacciate con codeste parole il vostro datore di lavoro: «Ti rompo il c.!». Il datore di lavoro vi porta in tribunale. Ma la Cassazione dà ragione a voi, sostenendo che la frase, benché «volgare, è intesa solo in senso figurato». Gridate: «Vaffanculo!» a qualcuno? E qual è il problema? Il pretore di Biella non lo considera un reato, perché «seppure rozza e volgare, l'espressione non si può considerare ingiuriosa, in quanto diventata di uso comune nel linguaggio dei giorni nostri».
Forti di queste sentenze, pensate che ad apostrofare un presuntuoso con l'esclamativo: «Tu non sei nessuno!», non vi possa capitare nulla, e invece avete fatto i conti senza l'oste. Quelle parole vi costeranno 300 euro di multa e un neo sulla fedina penale, così come sancito dalla Cassazione (settembre 2004) che ritiene quel pronome «lesivo del decoro di un individuo, ovvero della dignità fisica, sociale e intellettuale». Ma in tutto questo, la scuola che c'entra? C'entra, c'entra. Le ingiurie pronunciate tra i banchi scolastici, sempre più spesso sono materia di contenzioso giuridico. Nel 1996, due studenti furono assolti dal Tribunale di Milano per aver dato del «pirla» al loro insegnante, e nel 1998 il Tribunale di Roma non considerò reato il «porco» dato a un professore. Ma tre mesi fa un preside è stato condannato per aver usato linguaggio scurrile nel corso di una riunione scolastica. Insomma, non si capisce niente. La migliore cosa, a mio parere, è di seguire il consiglio di quell'imperatore romano: «Quando sei arrabbiato e stai per dire qualcosa a qualcuno, non dirla. Conta fino a dieci, e poi vedi se è il caso di dirla». Buon anno scolastico a tutti.