Professione inviato: Barzini e i barzineggianti

Niente retorica, digressioni colte e narcisimo: questa fu la lezione del grande reporter. Ma i suoi "cattivi allievi" non la misero in pratica. una biografia rilancia la figura del celebre cronista

«Così giovane...» mormorò la bella attrice allungando la mano destra da baciare. «E così Barzini» completò sorridendo l’elegante figura prima di accostarvi le labbra. Era il 1902, al Lirico di Milano l’ingresso nel palco della stampa dell’inviato del Corriere della Sera era di quelli che non passavano inosservati. A 26 anni Luigi Barzini aveva già alle spalle l’essere stato il corrispondente da Londra del quotidiano milanese e l’unico giornalista italiano ad aver «coperto» in Cina la rivolta dei Boxer. Non ne aveva ancora 30 che il suo telegramma di 5mila battute sulla battaglia di Mukden nel conflitto russo-giapponese veniva esposto nelle vetrine a piano terra del giornale e i 15 articoli dell’intero reportage dal fronte adottati come materia di studio nelle scuole militari nipponiche...

La scrittura di Barzini significò per l’Italia l’entrata nel giornalismo moderno e ironicamente ci fu chi disse che, come per il cristianesimo, si doveva parlare, per la carta stampata, di un a.B. e di un p.B.: un ante e un post. Prima c’erano i letterati, i giri retorici, i periodi infiniti, le digressioni pseudo colte, il narcisismo gratuito e insieme la sciatteria, il disprezzo per la notizia, il fastidio per i particolari, l’enfasi per coprire il vuoto... Dopo, come noterà nel 1912 Giuseppe Prezzolini, «lo stile bravo, energico, immediato. Il Kodak della penna che sorprende la gente che cammina con i piedi in aria. Un impressionismo da fotografia, tutto neri e bianchi e disegno netto».

A Luigi Barzini, Enzo Magrì dedica ora questa biografia e la intitola giustamente Una vita da inviato (Mauro Pagliai editore, pagg. 334, euro 18) perché il giornalista umbro (era nato a Orvieto, figlio di un sarto-imprenditore) incarnò al massimo proprio questo modo professionale di essere, l’andare, il vedere, il raccontare, e in un’epoca in cui ci si muoveva ancora a cavallo, l’automobile e l’aviazione erano agli albori, si telegrafavano i «pezzi», i continenti si raggiungevano via mare, i servizi duravano mesi, il randagismo e la solitudine erano i veri compagni. A propria volta inviato famoso e di lungo corso, Magrì è bravissimo nel rendere del giornalismo barziniano gli elementi psicologici a esso connessi: l’ansia di non essere apprezzato, la paura di essere considerato dalla proprietà un lusso e un inutile costo, il difficile rapporto con la redazione, l’orgoglio da un lato, l’umiltà dall’altro, il contrasto fra un desiderio di normalità, una casa, una moglie, una famiglia, e l’istinto vagabondo di chi fra le quattro mura domestiche dopo un po’ intristiva, diveniva irascibile, apatico...

Magrì non ha torto quando nota che in fondo Luigi Albertini, il direttore che fece del Corriere della Sera il primo quotidiano italiano, fu per Luigi Barzini una specie di figura paterna, nonostante i due fossero pressoché coetanei. Albertini era nato per comandare, ne conosceva l’arte, sapeva blandire e punire, stimolare e reprimere, aveva il carisma che proviene dalla giusta consapevolezza di se stessi e che mette al riparo da invidie e ripicche professionali. Barzini era nato per obbedire, ma non per servilismo, quanto per identificazione in una causa, una persona, un traguardo. Era l’obbedienza del purosangue, che accetta di farsi cavallo da soma perché glielo chiede il suo cavaliere e lui si fida. L’epistolario fra i due, nel libro ampiamente riportato, è un capolavoro di scavo psicologico, sincerità assoluta, passione per il mestiere. Albertini diede a Barzini il palcoscenico in grado di imporlo e di farne un numero uno, ma questi lo ricambiò dando alla testata di via Verri e poi di via Solferino l’autorevolezza e il fascino che ancora le mancavano, e con essi un allure e uno stile che l’avrebbero resa unica.

Come tutti i direttori, Albertini era un bugiardo. Al tempo della primissima nomina come corrispondente da Londra, Barzini chiese lumi. Non c’era mai stato, non conosceva l’inglese. «Che cosa debbo fare?» domandò. «Niente, per tre mesi lei non farà niente. Si guardi intorno, legga, studi, s’informi». Due settimane dopo giungeva la richiesta del primo articolo...

La Cina, l’Argentina, il conflitto russo-giapponese, il raid Pechino-Parigi, il terremoto di Messina fecero di Barzini il più famoso giornalista italiano del Primo Novecento, ma diedero anche la stura al cosiddetto barzinismo. Obbligati a sveltirsi nello stile e a sprovincializzarsi nel costume, i colleghi più giovani presero a copiarlo, a fargli il verso, a contaminarlo e a corromperlo. La sua unicità consisteva in uno straordinario combinato-disposto di visione e concisione, uno stile diretto applicato all’immagine narrata. Non si trattava di un modello inimitabile, perché in esso non c’era artificio e costruzione, né un inarrivabile bagaglio culturale, ma lo scrupolo del cronista nel rendere conto di quanto era stato testimone. Per barzineggiare era sufficiente mantenere l’involucro senza preoccuparsi di ciò che vi stava dentro, dar prova di rapidità senza che questa fosse realmente al servizio di un approfondimento, un surplus di informazioni, una visuale particolare.

Alla vigilia della Prima guerra mondiale e non ancora quarantenne, Barzini si ritrovò circondato da feroci ventenni pronti ad azzannarlo e ai quali la modernizzazione della stampa e la nuova realtà industriale permettevano una maggior competitività. Il flusso di notizie aumentava, e con esse una loro gerarchizzazione, le prime pagine vi si adeguavano, gli spazi diminuivano, la «grande firma» non aveva più il giornale a sua disposizione, ma diveniva un elemento del giornale stesso a cui trovare di volta in volta uno spazio... Lo scoppio del conflitto fece il resto. La censura militare e il patriottismo tolsero a Barzini ciò che era l’essenza del mestiere, poter raccontare, non lasciarsi accecare: da un’idea, un partito, un pregiudizio. Dopo Caporetto, un fante di nuovo in prima linea sintetizzerà così il suo giudizio sulle corrispondenze dal fronte del grande inviato: «Se vedo Barzini gli sparo».

All’inizio degli anni Venti, Barzini va negli Stati Uniti. Dopo la «marcia su Roma» Albertini ha capito che il suo Corriere non sopravviverà a Mussolini, pensa a un Corriere d’America, non da dirigere, ma di cui essere fra i proprietari: come direttore vede il suo inviato preferito e per un momento sembra che l’accoppiata possa realizzarsi, anche se nei confronti del fascismo i due ora sono agli antipodi, l’uno in nome del nazionalismo, l’altro in difesa del liberalismo. Poi Albertini passa la mano e Barzini si ritrova da solo. Ne sarà il direttore sino alla fine del decennio, ma mordendo il freno, sentendosi un emigrante: sogna l’Italia, il Corriere, un ritorno da protagonista.

Nel ’31, finalmente, gli danno da dirigere Il Mattino di Napoli e su quella testata, scrive Magrì, «promuove una rivoluzione grafica, vivacizza le pagine, apre le terze anche agli argomenti che non sono di stretto impegno culturale, detta regole che anticipano di almeno 25 anni le innovazioni tecniche e di scrittura che nel 1956 adotterà Il Giorno, e che faranno finalmente entrare un po’ d’aria fresca nella stagnante atmosfera delle redazioni dei giornali italiani». Dura appena otto mesi, poi Mussolini lo dimissiona di colpo. Ha pubblicato una foto in cui il Duce è al fianco di Italo Balbo dopo la Trasvolata atlantica, e tanto il primo sembra vecchio, tanto il secondo sprizza giovinezza... Non ancora sessantenne, Barzini si ritrova per la prima volta disoccupato, ma, passata la sfuriata, è ancora Mussolini a nominarlo, tempo un anno, senatore del Regno e a procurargli un contratto per Il popolo d’Italia.

Nei suoi rapporti con il capo del Fascismo, Barzini applica l’idem sentire di quelli con Albertini, ma, come osserva Magrì, se l’inviato non è cambiato (anche se purtroppo è invecchiato) dall’altro lato non c’è un direttore, ma un uomo politico che, certo, conosce anche il mestiere, ma ormai è soprattutto uno che fa e disfa uomini e cose a piacimento. Quella di Barzini è una lunga decadenza professionale, a sprazzi intervallata da qualche soddisfazione che rende l’insieme più amaro. A guerra finita, dirà sconsolato a Orio Vergani: «Un uomo dal mio passato, in Inghilterra avrebbe avuto case, ville, rendite».

Al crollo del fascismo Barzini sopravvisse a fatica e ben poco. Non aveva lucrato, non se n’era servito, non aveva tradito. Epurato e messo al bando, nel ’47 Angelo Rizzoli gli commissionò una serie biografica per Oggi. Edilio Rusconi, il direttore, perfidamente gliela sabotò, riducendone via via lo spazio e il richiamo. Il 5 settembre di quell’anno Barzini si avvelenò. Soffriva d’insonnia, esagerò col sonnifero, finì in ospedale, gli fecero una lavanda gastrica. «L’ho sfangata» mormorò il giorno dopo e invece non sopravvisse alla nuova notte. Sul Corriere apparve solo il necrologio dei familiari, ai funerali andarono pochi amici. «Scriviamo sulla sabbia» aveva detto una volta.