Professione VITTIMA

È l’eroe di oggi. In una società democratica, che tutto livella e comprime, la vittima sta su un piedistallo. Coccolata. Riverita. Sotto i riflettori dei media e dell’indignazione generale. La vittima sfugge, proprio come l’eroe, a una vita piatta. Vestire quei panni assicura l’uscita dall’anonimato, dà tridimensionalità, garantisce l’ingresso nel mondo dei privilegiati, anche se c’è da pagare un pedaggio più o meno pesante. Di più: c’è chi oggi trasforma quella condizione in una professione, mettendo così in cassaforte il proprio benessere.
Porta molto lontano il ragionamento, condotto sul filo del paradosso, da una coppia di studiosi francesi: lei, Caroline Eliacheff, è psicanalista, lui, Daniel Soulez Larivière, è avvocato. Insieme, i due provano a decifrare le griglie del nostro sistema culturale e rovesciano una montagna di luoghi comuni e di certezze intinte nel pregiudizio. Possibile che il nostro mondo si stia riempiendo di persone che hanno subito un danno, un torto, una violenza? Certo, abbiamo cominciato con le categorie più ovvie e nobili, forse recuperando un ritardo (questo sì) colpevole: prima le donne, stuprate, violentate, sottomesse, trattate come oggetti per secoli, e i bambini, costretti in un angolo dalla loro condizione di debolezza. Poi però anche queste realtà non sono più state sufficienti, c’è il bisogno, quasi l’ossessione di accrescere il numero di chi possa entrare nel recinto riservato agli eroi.
Ci sono le vittime della strada, delle stragi e della giustizia ingiusta e via elencando con la mafia, i terremoti, le calamità naturali. Ci sono vittime che limitano comunque l’esposizione - vedi quelle del disastro di Linate - e scelgono un profilo basso, sobrio e, come si diceva una volta, consono alla loro situazione, e altre che si mettono in vetrina coniugando dolore e business, alla maniera spericolata del vedovo di Erba, Azouz Marzouk.
Certo, come tutte le provocazioni il ragionamento va pesato. Ma è innegabile che le suggestioni siano fortissime: a tutti i livelli noi cerchiamo le colpe, non le cause, e dunque riempiamo la realtà di vittime. Se cade un aereo sarà senz’altro colpa di qualcuno, se un operaio muore sul lavoro scatterà lo stesso meccanismo di ricerca di un carnefice, di un mostro, della caccia allo sfruttatore che ha portato fatalmente alla morte del poveretto.
Non parliamo poi della malasanità, il sancta sanctorum del peccato, dell’omissione colpevole, dell’errore imperdonabile. La morte per malattia o per vecchiaia tende a diventare sempre più inaccettabile: il vuoto di senso che entra dappertutto ci impone la ricerca affannosa di una motivazione da qualche altra parte. Ecco la strada più veloce: trovare un capro espiatorio e portare parallelamente il malato su quel piedistallo. Dove si può sostare col desiderio di scendere al più presto e con addosso il disagio di chi non vuole trasformare le lacrime in stelle filanti, come documenta tutta la storia della famiglia Calabresi, dalle rarissime e misurate esternazioni della signora Gemma, sempre un passo indietro, fino al libro asciutto e antiretorico del figlio Mario, Spingendo la notte più in là.
O dove anche la malattia, la morte, il dolore scompaiono per lasciare il posto allo sdegno, all’esecrazione, a un’elaborazione rabbiosa del lutto. E diventano le note salienti di un curriculum che niente e nessuno potrà mettere in discussione e anzi rappresenta un capitale prezioso nei palazzi della politica: così Antonio Boccuzzi, l’operaio sopravvissuto allo spaventoso rogo della Thyssen, è stato catapultato nelle liste dei Democratici in vista delle prossime elezioni. E, se eletto, entrerà in un Parlamento affollato da esponenti del partito delle vedove e degli orfani.
Il tempo delle vittime. Così s’intitola il saggio firmato da Eliacheff e Soulez Larivière e pubblicato da Ponte alle Grazie (pagg. 217, euro 16,80, traduzione di Monica Fiorini). I due partono dalla Shoah e dalla mattanza operata dal nazismo, ma poi attraversano tutto il malessere della nostra società, le sue nevrosi mascherate e travestite da solidarietà per chi è stato trattato in modo non corretto. Fino al caso estremo: «il mistificatore che si traveste da vittima»: per esempio Piano Man, il falso artista comparso dal nulla sulle spiagge inglesi.
La traiettoria è sempre la stessa, anche sullo scacchiere internazionale. «Dagli anni Ottanta in poi - proseguono i due saggisti - tutti i conflitti sono stati complicati da questo bisogno di presentarsi come vittime virtuali che accorrono in soccorso a vittime reali». Un esempio? «La retorica che ha accompagnato l’ultima guerra contro l’Iraq». Per non parlare «della lettura delle guerre africane secondo lo schema vittima/colpevole».
Infine gli studiosi puntano il cannocchiale sull’altare destinato alla glorificazione delle vittime: il processo penale. Abbiamo speso centinaia di anni per allontanare le vittime dall’arena processuale, ma ora stiamo facendo marcia indietro. In Francia (ma il discorso ha forti analogie con la realtà italiana) una legge del 1906 ha aperto i cancelli del processo penale alla parte civile; una svolta ulteriore è arrivata nel 2000, quando è stata approvata una norma che introduce, nientemeno, il giuramento per i giudici: devono tutelare anche gli interessi della vittima. Che giustizia può essere quella che si lascia condizionare dai sentimenti, dalle paure, dal desideri di «vendetta» della vittima?
Mo noi pretendiamo un colpevole. A tutti i costi. E piangiamo lacrime su lacrime davanti alle vittime. «Lo stesso - osservano impietosi i due autori - si potrebbe dire nel caso di incidenti, per esempio in caso di disastro aereo. Negli Stati Uniti, da venticinque anni a questa parte, non si è assistito a nessuna azione penale a seguito di eventi di questo genere». Ma gli Usa, almeno su questo versante, sono un Paese più pragmatico.
In Francia o in Italia va in tutt’altro modo. E la coppia lancia alcune domande: «È davvero ragionevole discutere davanti a un tribunale delle norme che stabiliscono il tipo di equipaggiamento di un aereo? O l’ergonomia della cabina di pilotaggio? In che cosa consiste questo scintillio che attira le vittime come altrettante falene che si bruciano le ali contro la lanterna giudiziaria?». Come si vede, di domanda in domanda si può andare lontano. Lontano dalla nostra vita di formiche, tutte uguali e inquiete. Pronte a capitalizzare la condizione di vittime.