«Il Professore è morto fra le mie braccia»

Vittorio Sirianni

da Genova

L’appuntamento col Professore è davanti all’hotel Bristol. Trovo un Franco Scoglio in splendida forma, mi racconta della Repubblica della Guinea dove lo aspettano per allenare la Nazionale, è pimpante, allegro e agguerrito. Mi dice ancora, per l’ennesima volta: «Vittorio, tu di calcio non capisci proprio niente, ma sei sincero e intelligente. Insieme faremo grandi cose». È caricato al punto giusto, il tecnico delle cause impossibili, per la trasmissione che da lì a poco lo vedrà fronteggiare il presidente del Genoa Enrico Preziosi. È tutto lui, il Professore, quando si siede in poltrona. A telecamere spente non risparmia battute a nessuno, nemmeno al collega Nino Pirito che si becca un «vedo che finalmente comincia a capire qualcosa di calcio». Poi si accendono i riflettori e inizia il match.
Siamo quasi una compagnia di giro, noi abituati a partecipare a questi dibattiti su Genoa e Samp. Io mi diverto ad ascoltare le «staffilate», andata e ritorno, tra Preziosi «the Joker» e Franco da Lipari. E quando il gioco si fa un po’ più duro, ci scambiamo un’occhiata d’intesa col collega conduttore Giovanni Porcella e il discorso devia. È a quel punto che lo vedo. Scoglio si appoggia allo schienale della poltrona, inizialmente con un atteggiamento naturale. Ma poi comincia a fare un verso, mi sembra quasi un russare. «Vuoi vedere - mi dico da stupido - che questo adesso sta, come dire, prendendo in giro Preziosi, che vuol buttare il discorso sulla buffoneria, ma che figura vuol far fare a Primocanale?».
Ma lo scherzo non c’è. Anzi vedo Porcella che dopo il primo attimo di stupore gli si avvicina. Sì, perché Scoglio ha ancora buttato la testa indietro, ha gli occhi chiusi e quella specie di rantolo, terribile, costante, angosciante. Giovanni gli prende la testa. «Scusi presidente, scusi presidente, ma forse Scoglio si sente male» è la voce di qualcuno che riecheggia nello studio. Le telecamere sono già spente. Realizziamo tutti che qualcosa di terribile sta succedendo.
Pirito prende in mano la situazione. Due di qua e due di là lo afferriamo e lo posiamo sul pavimento. «Presto, alzagli le gambe», mentre la cravatta si sfila d’incanto, la camicia viene aperta a forza sul collo e l’orologio da polso vola via. Anche Claudio Onofri è in ginocchio accanto a me, gli scaldiamo le mani che sono fredde fredde, freghiamo, cerchiamo di strasmettergli energia, vita. Qualcuno ha già chiamato il 118, ma noi non molliamo un attimo. Pirito gli fa un massaggio cardiaco, io mi sento paralizzato dall’angoscia («Franco, ma che casino stai combinando, ma che razza di Professore sei...»), ancora Nino gli fa la respirazione bocca a bocca, ma dice che per lui... il battito, il polso, la giugulare... non sente nulla. «Franco resisti, Franco resisti, fai finta che sia un derby, di quelli tosti con la Samp», mi martella nel cervello.
La mano, la tengo stretta, ma è definitivamente fredda... Arriva il 118, la dottoressa. Ora ci pensa lei. Poi si alza, si toglie i guanti. Le chiediamo: «Potevamo fare di più?». Lei risponde: «No».