Progresso, un sogno impossibile di cui non si può fare a meno

L’idea di progresso è la filosofia della storia dei moderni, almeno dopo l’Illuminismo. Non c’è dubbio, infatti, che per gli uomini degli ultimi due secoli, la storia si possa rappresentare su di una linea retta, in costante ascesa rispetto agli assi del tempo e della «felicità pubblica». Già, perché cos’altro potrebbe significare il progresso se non questa suadente idea? L’aspirazione a costruire un ordine sociale che, grazie a un’etica razionale, sarebbe in grado di controllare il potere politico, impedire gli abusi e diffondere l’istruzione e la cultura, facilitare un’equa distribuzione della ricchezza, porre la scienza al servizio dell’uomo. «La maggior felicità per il maggior numero», affermava Bentham, cercando di sintetizzare in uno slogan l’ispirazione di fondo dell’Utilitarismo.
In buona misura il concetto moderno di progresso non ha fatto che laicizzare la vecchia idea biblica del diritto di dominio dell’uomo sulla natura, inteso però in chiave edonistica e rivolto a un miglioramento materiale e spirituale dell’uomo. Naturalmente questa impostazione semplicistica è mutata non appena si è presa coscienza di cosa significhi modificare la natura in profondità, «giocando» con le potenzialità della tecnica e della tecnologia. Ma dell’idea di progresso non sappiamo fare a meno, perché ci sembrerebbe di negare «futuro al futuro»; allora come uscirne? Di questo quesito si è occupato Massimo Livio Salvadori, fra i maggiori storici del nostro Paese, professore emerito dell’Università di Torino ed ex deputato del Pci. «Ora che ci siamo inoltrati nel XXI secolo - scrive Salvadori - ci troviamo a dover fare i conti con un grande paradosso, vale a dire che - mentre viviamo in un mondo il quale muta con ritmi senza precedenti, conosce trionfi sempre maggiori delle scienze e delle tecniche, vede cadere ogni giorno vecchi confini e moltiplicarsi in maniera grandiosa i mezzi atti ad assicurare lo sviluppo della società - la fiducia nel progresso complessivo dell’umanità appare come una fede tramontata, un’illusione d’altri tempi. Ne risulta un senso di precarietà, che induce a considerare le continue e immense conquiste della scienza e della tecnica e lo sviluppo socio-economico alla stregua di porte oltre le quali si apre un cammino quanto mai insicuro».
La forza dell’autore sta nella capacità di coniugare la storia delle dottrine con la loro percezione popolare e, soprattutto, con la loro concretizzazione nella storia; L’idea di progresso. Possiamo farne a meno? (Donzelli, pagg. 153, euro 13) è un agile testo che ripercorre le vicende del XIX e del XX secolo, a partire dall’ottimismo borghese delle élite laiche eredi dell’idealismo illuministico, fino alle distopie del comunismo nel Novecento. Ma il problema di questi anni è quello di restituire fiducia nel futuro, e allora Salvadori chiude il proprio viaggio con un’indicazione puntuale delle priorità dell’agenda politica globale, elencazione che, per quanto lucida, non siamo certi sia sufficiente a restituire l’ottimismo. È vero che, nonostante la fine delle ideologie, il mondo va anche migliorato, e non solo amministrato, ma come? Non c’è forse quesito più difficile nella realtà odierna e questo libro ne dà conferma.
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