Prometeo redento dalle scorie della nuova civiltà

Al teatro Olimpico di Vicenza Sebastiano Lo Monaco disegna un impressionante ritratto dell’eroe di Eschilo che concepisce la condanna come unico riscatto

Enrico Groppali

In quanti modi si può (o si deve) rappresentare un dramma come Prometeo incatenato che il più lirico dei tragici greci, Eschilo, concepì come secondo anello e simbolico spartiacque di una perduta trilogia sulle origini del cosmo e la scoperta del fuoco, motore visibile dell'insediamento dell'uomo nel mondo e indice del suo controllo sugli eventi? Nessuno lo sa. Tanto che persino Luca Ronconi, il regista che più e meglio di tutti ha dedicato gran parte del suo lavoro al dramma greco e alla sua difficile collocazione nel nostro universo di segni, fece ricorso tempo fa, in uno spettacolo di memorabile impatto visivo, a una montagna spaccata in due dal fulmine di Zeus dove Prometeo, come un antesignano di Sigfrido, diventava una tessera musiva, niente più che un ornamento sui generis depositato dagli anni, come una conchiglia fossile, sull'orlo del precipizio. Mentre adesso Roberto Guicciardini, che deve aver dibattuto a lungo l'angoscioso quesito della forma e, soprattutto, del contenuto di quelle componenti del trittico (Prometeo liberato e Prometeo portatore del fuoco) di cui ci è noto solo il nome, ci presenta sul nudo impiantito ligneo dello Scamozzi un'interpretazione opposta ma a suo modo stranamente allusiva al debito che l'antichità classica, e soprattutto il mondo latino, intrattiene con la Grecia dei padri.
Davanti alla porta della città ideale concepita dal Palladio si rizza infatti un'impalcatura di assi e sterpi che ricorda il rogo dei martiri cristiani. È lì, di fronte alla nobiltà di una civiltà delle forme negata dall'abbrutimento del potere, che viene incatenato Prometeo simile, nell'atteggiamento come nella sottomissione alla pena, a un profeta del calibro di Giordano Bruno. Questa acuta introspezione, che porta il regista a ipotizzare un nesso tutt'altro che irrisorio tra l'evo antico e il mondo moderno, collega il messaggio di Prometeo, eroe sconfitto nei fatti ma creatore nel mondo dei concetti, alla cristologia. Operando una connessione ideale tra Eschilo e il Virgilio dell'Eneide dove, come si ricorderà, il poeta latino anticipava nel mito di una vergine, madre di un futuro redentore, l'avvento del Messia, Guicciardini, con l'aiuto prezioso di Sebastiano Lo Monaco che, al culmine delle sue capacità espressive, disegna il ritratto impressionante di un demiurgo che concepisce la condanna alla stregua dell'unico possibile riscatto, traccia un ponte tra passato e presente. A cui conferisce un'esemplare conferma, prima che irrompa a comminare il sacrificio l'Hermes scultoreo di Gianluigi Fogacci, la visione di un'altra martire: l'Io flagellante, emersa dalle nebbie del Medioevo, di Melania Giglio futura baccante.

PROMETEO INCATENATO - di Eschilo. Regia di Roberto Guicciardini, con Sebastiano Lo Monaco. Vicenza, Teatro Olimpico. In tournée.