Proprietà intellettuale un valore da difendere?

Un libro raccoglie le tesi di quattro studiosi liberali, ma con «ricette» opposte

Al giorno d’oggi, tutti i dibattiti sulla proprietà intellettuale rischiano di trasformarsi in processi al capitalismo. E se un noto giurista come Lawrence Lessig della Stanford Law school da anni porta attacchi assai duri, ad esempio, alla brevettabilità dei sofware, non manca neppure chi entra in tali discussioni per contestare la proprietà in sé: tanto dei beni fisici come di quegli enti puramente astratti che sono i diritti d’autore o i marchi. Per larga parte della cultura statalista, così, il fatto che molti bambini poveri dell’Africa non abbiano medicinali sarebbe da imputare non già al sottosviluppo di quei paesi (retti da regimi autocratici e socialisti), ma al sistema brevettuale dell’Occidente, che impedisce la libera riproduzione di ogni farmaco.
In questo quadro generale il recente volume promosso dall’Istituto Bruno Leoni rappresenta una voce dissonante. Intitolato La proprietà (intellettuale) è un furto? Riflessioni su un diritto per il futuro, il testo raccoglie quattro testi di studiosi liberali, tutti variamente favorevoli all’economia di mercato, ma che sul tema del copyright e dei brevetti assumono però posizioni contrastanti.
In particolare, mentre James DeLong e Richard Epstein ritengono che la proprietà intellettuale vada salvaguardata quale cardine fondamentale di una società avanzata, Henri Lepage e Tom Palmer pensano che una coerente difesa del mercato concorrenziale sia incompatibile con l’introduzione della proprietà intellettuale, dato che essa rappresenta una forma di limitazione dell’iniziativa individuale. Per DeLong e Epstein l’argomento cruciale a favore della proprietà intellettuale è di tipo utilitaristico. In sostanza, a loro giudizio se imprese e inventori non potessero sfruttare in maniera monopolistica (per un dato periodo di tempo) le scoperte realizzate, non vi sarebbero significativi investimenti in tali settori. Nessuno destinerebbe somme ingenti per la ricerca di nuovi farmaci, ad esempio, se una volta immessi nel mercato essi potessero essere riprodotti legalmente da qualunque altra impresa.
L'impostazione di Palmer e Lepage è differente. In primo luogo essi richiamano i fondamenti morali del liberalismo: ricordando come esso poggi sull’idea che ogni uomo può liberamente disporre di sé e dei beni di cui è legittimo proprietario. Per questa ragione, l’aver introdotto varie forme di protezione della proprietà intellettuale ha finito per colpire l’individuo proprietario nella sua autonomia. Tant’è vero che chi oggi in Italia inventa qualcosa non può utilizzare tale idea se ieri in Nuova Zelanda qualcuno ha avuto la stessa idea e l’ha protetta legalmente.
In secondo luogo, essi enfatizzano anche come gli argomenti utilitaristici non tengano in debito conto che in una società di mercato possono emergere molte strategie (dal marketing a speciali forme contrattuali) in grado di permettere a un inventore di «monetizzare» al meglio il frutto del suo lavoro intellettuale. Anche senza limitare la libertà altrui con l’introduzione di monopoli legali.
L’Introduzione al volume scritta da Cesare Galli, che insegna diritto industriale all'università di Parma, ha il grande merito di collocare nella giusta luce questo «dibattito tra liberali»: sottolineando i rischi del presente (legati alla possibilità che un sistema come quello brevettale, giudicato statalista da Palmer e Lepage, possa essere sostituito da uno ancora peggiore) e le stesse opportunità del futuro.