Protesi d’anca non traumatiche

É sempre più diffuso in Italia l’intervento di protesi d’anca. L’aumento della richiesta, da parte di pazienti anziani, il desiderio di mantenere il più a lungo possibile la propria autonomia e mobilità e di eliminare il dolore che queste patologie provocano, hnno moltiplicato in pochi anni il numero dei pazienti che ricorrono a questo intervento chirurgico: sono ogni anno oltre 100mila. Parliamo dei risultati che si possono ottenere e delle metodiche più innovative adottate nei centri di eccellenza con il dottor Sergio Candiotto, direttore del reparto di ortopedia e traumatologia dell’ospedale Sant’ Antonio di Padova, una moderna struttura.
Il team di Candiotto (14 medici ortopedici, oltre 25 infermieri) impianta ogni anno 350 protesi d’anca, oltre a quelle del ginocchio, della spalla e di altre articolazioni. L’intervento all’anca ha iniziato a diffondersi in tutto il mondo all’inizio degli anni Sessanta. Il primo vero caso affrontato è stato quello di J.Charnley eseguito con una componente femorale in metallo ed una acetabolare in polietilene. Tuttavia, è solo sul finire degli anni Novanta che sono state introdotte metodiche innovative, come quella proposta da Frederic Laude, un ortopedico parigino della clinica CMC Paris V, formatosi alla scuola di Judet ,che ha proposto l’approccio mininvasivo anteriore, metodica sviluppata e diffusa dalla società svizzera Medacta.
Il chirurgo può accedere all’articolazione dell’anca attraverso diversi percorsi, seguendo una tecnica chirurgica convenzionale od una mininvasiva caratterizzata da una ridotta incisione cutanea e dalla preservazione di muscoli e tendini. «L’approccio anteriore – afferma il dottor Candiotto – non prevede il distacco dei tendini o il sacrificio dei muscoli e rispetta i vasi ed i nervi. É l’unica metodica che segue una via intermuscolare, riducendo il rischio di danneggiamenti. Altre metodiche, che utilizzano l’approccio posteriore, laterale o a doppia incisione, sono in realtà delle tecniche con una ridotta incisione cutanea, ma che possono provocare gli stessi danni degli approcci convenzionali. L’Anterior Minimally Invasive Surgery (AMIS) – precisa il dottor Candiotto – provoca un minor trauma chirurgico e risulta ottimale per una chirurgia che punti ad un recupero rapido del paziente. L’incisione cutanea è solo di 7-8 centimetri appena al disotto della piega inquinale. I muscoli, vasi sanguigni e nervi vengono rispettati, il dolore post-opertorio è ridotto, si ha una minor perdita di sangue e la riabilitazione comincia molto presto, in genere il giorno successivo all’intervento: prima si sta in piedi, poi si cammina con l’aiuto di stampelle o di un bastone. Si riduce in tal modo del 30-35% la durata della degenza ospedaliera . L’intervento di protesi d’anca (dura 40-45 minuti e viene eseguito in anestesia spinale, cioè a paziente sveglio) permette il recupero di una buona qualità di vita, con una sopravvivenza degli impianti che supera nel 90% dei casi i 13-14 anni e permette di risolvere o alleviare sensibilmente la sintomatologia dolorosa e migliorare le capacità fisiche e le prestazioni motorie del paziente. Nel nostro ospedale non ricorriamo mai a protesi cementate che possono offrire una maggior stabilità iniziale, ma che hanno una durata inferiore. Quelle non cementate utilizzano il meccanismo dell’osteo-integrazione: la protesi (in titanio e ceramica) viene ricoperta dall’osso e in tal modo fissata».
Il dottor Candiotto ha contribuito alla diffusione di questa metodica (AMIS) anche come presidente della Società veneta degli ortopedici e dei traumatologici. Questa tecnologia è impiegata nel Veneto dai primari di numerosi reparti di ortopedia : a Bassano del Grappa (VI) da Enrico Sartorello, a Castelfranco veneto (TV) da Alberto Ricciardi, ad Adria (RO) da Francesco Melan, a Caposampiero (PD) da Ernesto Vendemiati, a Portugruaro (VE) da Luigino Turchetto. I vantaggi per il paziente sono numerosi , ridotti i costi.