Le protesi d’anca rispondono oggi alle esigenze del singolo paziente

L'evoluzione delle protesi sostitutive d'anca si è articolata in questi ultimi decenni in tre filoni: l'innovazione del design,il miglioramento dei materiali, il concetto di risparmio osseo.
«Oggi lo stesso tipo di protesi non è applicato a tutti», osserva il dottor Augusto Palermo, chirurgo ortopedico del Gruppo Policlinico di Monza (augusto.palermo@tin.it). «Il chirurgo può scegliere l'impianto in base alla morfologia dell'articolazione, tenendo conto del sesso, dell'età, dell'attività del paziente. È questo l'obiettivo degli attuali design protesici: la protesi è dedicata al paziente come un abito su misura, rispettando il più possibile l'anatomia dell'articolazione. Sempre a questo scopo, ultimamente la tendenza è quella di realizzare protesi con teste di femore di grande diametro (36-38 mm): rispetto a quelle ridotte (22 mm) in uso negli anni scorsi, assicurano una maggiore stabilità all'articolazione e consentono un range di movimento più ampio».
E veniamo ai materiali: «Il miglioramento si registra soprattutto nell’articolazione (testa del femore e coppa acetabolare), che tendono a consumarsi più in fretta», spiega Palermo.
«Polietilene, ceramica e metallo restano i materiali d'elezione, ma vengono lavorati in modo diverso, per contrastarne l'usura: nella preparazione del polietilene, l'aggiunta di vitamina E riesce a rallentare il processo di ossidazione che rende tale materiale più debole; la combinazione di due diversi tipi di ceramiche consente di ottenere un materiale più resistente (la ceramica delta), che vede notevolmente ridotto il rischio di rottura rispetto alla ceramica tradizionale; la finitura di superficie del metallo che oggi si riesce a ottenere, infine, è in grado di garantire una capacità auto-levigante di questo materiale migliore rispetto al passato, con una notevole riduzione nella produzione di detriti ossei (malattia da detriti), una delle principali cause di usura della protesi».
Tutto questo consente agli impianti di ultima generazione di salvaguardare il più possibile il patrimonio osseo del paziente: «Il concetto di risparmio osseo (Tissue Sparing Surgery) è stato introdotto dal professor Francesco Pipino, che già negli anni '80, propose di salvare il collo del femore», ricorda Palermo. «Oggi tale scelta si è rivelata vincente: conservare il collo del femore significa, infatti, rispettare la tensione muscolare dell'articolazione e quindi garantire una migliore funzionalità e stabilità all'intera struttura. Non solo. Il risparmio di tessuto osseo costituisce anche una sorta di investimento per gli anni a venire, permettendo al chirurgo una maggiore possibilità di azione (e, di conseguenza, migliori risultati) nelle eventuali future revisioni protesiche».