Prove tecniche di scritttura estrema

Scrivere di montagna. Con l’immaginazione o davvero, a mani nude? «Ci sono cose che si possono scrivere solo vivendole. La montagna, quella degli alpinisti in particolare, è una di queste. Qui la finzione romanzesca, la fiction, è marginale, perché il nucleo è nell’esperienza reale. L’intensità di quelle esperienze non può essere riprodotta a tavolino. L’adrenalina del rischio superato, la possibilità della morte incombente che fa innamorare totalmente della vita, sono insostituibili». Parola di Joe Simpson, lo scrittore e alpinista britannico autore del romanzo autobiografico La morte sospesa (Cda&Vivalda, 1992), libro dal quale il regista Kevin McDonald ha tratto l’omonimo film-documentario passato (con successo) due anni or sono nelle sale.
Qualcuno, non a torto, sostiene che la letteratura di montagna non esiste perché la letteratura - quella buona s’intende - non bada a dove ambienta i propri intrecci. Mari o monti, è lo stile a fare la differenza, è la scrittura a conferire immortalità alla pagina. Vero. Eppure c’è una montagna che, indubbiamente, è qualcosa di più di un luogo dove ambientare vicende. «La montagna degli alpinisti - continua Simpson - è un’esperienza che segna a fondo, interiormente ed esteriormente, che si incide nella pelle in modo indelebile». Insomma, se lo scrittore di romanzi noir può fingere di essere un assassino e far sparare un fucile a pallettoni senza averne mai sfiorato uno, diverso è il caso dello scrittore-scalatore: «Io sono stato sul Siula Grande - conferma Simpson - con i ramponi ai piedi e brandivo piccozze da ghiaccio, e ho rischiato la pelle quando il mio compagno Simon ha tagliato la corda, e ce l’ho fatta con uno smisurato amore per la vita».
La componente emotiva è tutto in questa moderna versione del récit d’ascension, che non è più l’affresco da paesaggista contemplatore che descrive minuziosamente i luoghi che attraversa, ma anche e soprattutto la tensione vitale verso qualcosa che non necessariamente è la vetta. Forse l’esperienza stessa. «La montagna nei miei libri non è solo un contenitore, un palcoscenico dove si muovono dei personaggi. Le dinamiche psicologiche di chi si muove su quel terreno sono uniche e l’imprevisto, paradossalmente, rientra nelle previsioni, nelle cose che ti aspetti, come una pietra che ti piomba addosso, o la caduta di un compagno di cordata che devi essere pronto a tenere. Lì l’universo ha una sua epifanìa del tutto originale. Potremmo chiamarla wilderness».
Con gli imprevisti e il rischio Simpson sembra avere un rapporto privilegiato, se è vero che il 3 agosto del 1980 si trovava sul treno, dalle parti di Bologna, da dove poi raggiunse Chamonix, per scalare sulle Alpi. Il giorno prima ci fu uno dei più gravi attentati terroristici in Italia dal dopoguerra.
Mark Twight, scrittore-alpinista americano, autore di Confessioni di un serial climber, addestratore dei reparti speciali dei Marines ma anche degli attori del recente film 300, reduce da esperienze alpinistiche estreme effettuate in solitaria, spesso slegato, a rischio di caduta fatale, con la musica punk del walkman sparata nelle orecchie, è sulla stessa lunghezza d’onda. Un esaltato - apparentemente - che cita Nietzsche e che, invece, riflette con lucidità disarmante: «Lassù io non sono necessariamente il superuomo di Nietzsche. Io scalo per combattere contro la monotonia e l’alienazione della civiltà industrializzata». Twight critica la società nella quale non si riconosce scegliendo la via individuale dell’alpinismo, lontano da ogni ideologia o modello collettivo. «Con questo non dico niente di nuovo, così come non ho la pretesa di dire che la mia via sia quella giusta per gli altri». Quello che per lo scrittore David Herbert Lawrence era l’eros, salvifico (e decisamente meno pericoloso), per Twight è l’alpinismo.
Ma che cos’è che seduce così irrimediabilmente certi uomini e, al contempo, l'immaginario di tanti lettori? Da cosa dipende questa attrazione fatale? Lo scrittore americano Jon Krakauer, il cui best-seller Aria sottile (Corbaccio, 1998) - che narrava i tragici momenti vissuti in prima persona dallo scrittore stesso sull’Everest nel 1996 - è il libro a tema alpinistico di maggiore successo dal dopoguerra a oggi, è tornato agli onori della recente cronaca culturale per aver ispirato, con il suo libro Nelle terre estreme il film Into the Wild (per la regia di Sean Penn) che, fra le altre cose, è anche una straordinaria rappresentazione della wilderness e del bisogno che l’essere umano prova per essa.
Into the wild, basato sulla storia vera di Cristopher Mc Candless, ha avuto un buon successo ed è soltanto l’ultimo esempio di quanto sia seducente la wilderness anche per il grande pubblico. Con tutto il suo potenziale di pericolo, di avventura estrema, di ignoto da scoprire, di imprevedibile, essa non è soltanto una dimensione dello spazio selvaggio, non è soltanto intrico di rami e alberi, luogo fisico della fatica, del sacrificio, del chiodo pestato a stento nel legno per costruire la capanna come fece Henry David Thoreau quando scrisse Walden ovvero la vita nei boschi, ma luogo simbolico dove si fa esperienza del «radicalmente altro», cioè della natura non addomesticata, del divino in qualche modo se lo si intende come lo smisurato, il sublime (e non bello), che sfugge alla comprensione razionale e all’illusione del controllo. Qui, più che altrove, l’uomo sperimenta la gioia e il dolore della fuga dalla società, fuga che è solitudine, lotta per la sopravvivenza ed esposizione totale alle forze elementari dell’universo: la morsa del freddo che immobilizza la vita e l’esplosione del caldo che la esalta in miriadi di sopraffazioni a catena. Il Cristopher di Into the Wild pagherà con la vita questo suo «passaggio al bosco», per dirla con Jünger.
Ora, dicevamo, la wilderness è innanzitutto un’esperienza. Un’esperienza della natura selvaggia. E come tale non si trova soltanto nelle terre estreme dell’Alaska o dei Poli, ma anche su tutte le montagne della terra. E l’esperienza più avventurosa con la quale l’uomo conosce le montagne è, certamente, l’alpinismo. Chi non lo pratica non ha che da leggere.
lorenzo.scandroglio@tin.it