Prudenza nel tumore alla prostata

«Sorveglianza attiva» il nuovo approccio che si sta diffondendo tra tutti gli urologi impegnati nella cura del tumore alla prostata. Prevale quindi la prudenza che impone lo studio accurato della neoplasia del singolo paziente prima di decidere l'intervento chirurgico o quello radioterapico.
Proprio oggi a Milano, presso l'istituto tumori, si incontrano i maggiori esperti di questa patologia, coloro che dirigono dei Centri di eccellenza, per discutere sulle migliori opzioni terapeutiche. Il tumore della prostata, si sa, è il tumore con la più alta incidenza nella popolazione maschile, non solo nella fascia di età dopo i 65 anni, ma anche in quella fra i 45 e i 64 anni. I nuovi casi in Italia sono circa 23mila e rappresentano l'altra faccia della medaglia del tumore della mammella nella donna. Tutti e due tumori legati alla alterazione ormonale che nell'età matura, qualche volta, determinano alterazioni tumorali delle due ghiandole.
L'uso del PSA ha portato a scoprire molti tumori della prostata e tra questi le cosiddette forme «indolenti» cioè a dire tumori che probabilmente non si sarebbero sviluppati nel corso della vita se non fossero stati trovati casualmente. Nelle istituzioni più importanti degli Stati Uniti (Memorial, Mayo Clinic) in questi ultimi anni, sono progressivamente aumentati i chirurghi non interventisti, cioè coloro che preferiscono all'intervento immediato di prostatectomia radicale, con tutte le conseguenze negative, studiare il caso e portare il paziente in sala operatoria dopo aver ben valutato attraverso la sorveglianza attiva l'aggressività della neoplasia. Il PRIAS è uno studio europeo multicentrico condotto in più Paesi per verificare i risultati di una ricerca condotta in Canada. Fervono quindi le iniziative scientifiche per riuscire a stabilire fino a che punto è corretto intervenire. Il problema non si pone quando la neoplasia è particolarmente aggressiva, ma quando la forma tumorale manifesta un ridotto sviluppo nel tempo è opportuno limitarsi a controllarne l’evoluzione.
Ne parliamo con Giuseppe Martorana, dal 1995 professore all'università di Bologna e primario del dipartimento di urologia oltre che direttore della Scuola di specializzazione. Di formazione «genovese», ha lavorato per oltre vent'anni a contatto di gomito con il professor Giuliani, un pioniere dell'urologia italiana. A Bologna, nel suo dipartimento (75 letti) vengono visitati circa 20mila pazienti all'anno ed eseguite 4mila operazioni chirurgiche. Martorana è Presidente oltre che uno dei fondatori della Società Italiana di Urologia Oncologica. I suoi attuali campi di interesse sono, oltre all'oncologia, la laparoscopia e la chirurgia ricostruttiva.
«La sorveglianza attiva non è una forma passiva osservazionale come è il watchful waiting ma è un'alternativa terapeutica vera e propria. Infatti il pz viene continuamente seguito dall'urologo o dal radioterapista valutando il comportamento del PSA e alla fine dell'anno viene ripetuta la biopsia. Diversi studi, compreso quello canadese hanno dimostrato che molti pazienti, non progrediscono, quindi con questa procedura fino al 30-40% dei pazienti possono risparmiarsi un intervento inutile (chirurgico o radiante che sia)». Ma quali sono i rischi che i pazienti corrono con questo tipo di soluzione?
«Nessuno. Infatti non appena il PSA aumenta e alla biopsia - eseguita in corso d'anno - si dovesse rilevare un cambiamento, un peggioramento, un qualcosa che indica una progressione, si interviene. La storia naturale della malattia ci rassicura in tal senso: è lenta non esplosiva ed i risultati a distanza sono equivalenti anche se si dovesse intervenire a distanza di un anno». La sorveglianza attiva si può consigliare a tutti?
«Assolutamente no. Questo vale solo per quei pazienti che per caratteristiche biochimiche e istologiche rientrano nella categoria a basso rischio. Alla estensione della indagine con il dosaggio del PSA sono favorevole quando c'è familiarità di neoplasia prostatica e quando sussistono i sintomi urinari. Sono assolutamente contrario all’invito indiscriminato a praticare il test a tutti gli uomini che hanno superato i 50 anni. Il trattamento chirurgico, quando il tumore è aggressivo, e quando il paziente non ha superato i 70 anni, è tra i trattamenti consigliati, consiste nella rimozione di tutta la ghiandola: prostatectomia radicale. Ma non abusiamo di questa opportunità».