"Psycho" compie 50 anni ma fa ancora venire gli incubi

Torna in sala la pellicola con cui Hitchcock divenne Hitchcock malgrado
tutto: i rifiuti dei produttori, il budget ridotto all’osso e solo 42
giorni per le riprese

Tutta colpa dell’appartamento. Quello di Billy Wilder. Nel senso del film, con Jack Lemmon e Shirley MacLaine. Fu proprio quella (splendida) commedia a togliere a Alfred Hitchcock e al suo Psycho la soddisfazione di un Oscar. Per la cronaca il celebre giallo del non ancora sir Alfred ebbe quattro nomination: regia e scenografia in bianco e nero, che andarono appunto a Wilder, più fotografia in bianco e nero e attrice non protagonista, Janet Leigh, finiti rispettivamente ai dimenticatissimi Figli e amanti e Shirley Jones (Il figlio di Giuda). Ne è passato di tempo da quel 1960 e forse l’Academy, potendo ripensarci, farebbe altre scelte. D’altra parte Hithcock nella sua lunghissima (cinquantun’anni!) carriera di Oscar per la regia non ne ricevette mai manco mezzo. Roba da matti.

Dunque è trascorso mezzo secolo da Psycho. Con l’acca in America e nel resto del mondo, e senz’acca, ovvero Psyco, in Italia. Hitchcock ne ha fatti probabilmente di migliori, ma questo resta il suo marchio di fabbrica, il più celebre, il più terrificante e, senza dubbio, il più visto. Eppure il film ebbe una gestazione a dir poco difficile: la Paramount tergiversò, prima con la minaccia di un budget ridotto, poi tirando fuori la scusa pietosa che tutti gli studi erano occupati.

Ma ci voleva altro per smontare Hitch, che si rivolse subito alla Universal, ottenendo un preoccupato sì. Con l’imposizione di tempi strettissimi per la lavorazione e di uno sceneggiatore a basso costo, tale Joseph Stefano, un giovane newyorchese di origine italiana. L’uomo che ci voleva.

Hitchcock terminò le riprese in quarantadue giorni, un record di rapidità. Trovando però un inatteso alleato in Il fantasma dell’opera, un famoso film muto con Lon Chaney girato addirittura nel 1924, da cui ereditò, intatta, la casa spettrale, di fianco al motel maledetto, dove abita con mammà lo psicopatico Norman Bates. Una specie di villa gotica, che mette i brividi anche da lontano, con la fattiva complicità delle strizzevoli musiche di Bernard Herrmann. Ma ce ne vuole prima di arrivarci.

Chi ha visto Psycho (o Psyco) almeno una volta non può aver dimenticato la scena iniziale con Janet Leigh, una bionda naturalmente, come piaceva a Hitchcock, che in castissima sottoveste amoreggia con John Gavin, fin dove permetteva la censura. Quindi a torso nudo lui, in reggiseno (bianco) lei. Sarebbe stato più efficace il contrario, ma quelli erano i tempi. Poi la ragazza frega quarantamila dollari all’agenzia immobiliare in cui è impiegata, a fianco della figlia di Hitch, Patricia, bruttarella forte. Corre a casa, cambia la biancheria, infatti il reggiseno stavolta è nero, e parte per raggiungere il fidanzato. Per lei cominciano i guai. Per lo spettatore gli incubi.

Primo salto sulla poltrona quando lo zelante poliziotto s’avvicina alla macchina di Marion, che dorme sul ciglio della strada. Il secondo poco dopo, quando lo stesso agente, guarda con sospetto la fuggitiva ferma da un rivenditore d’auto, gli rifila la sua e ne compra, in contanti, una nuova. La pelle non è ancora d’oca, ma non manca molto. Basta arrivare al motel maledetto. Gli uccelli impagliati fanno una certa impressione, a Marion come allo spettatore e anche lo sguardo dell’allucinato Anthony Perkins manda lampi poco rassicuranti.

Ed ecco la doccia, che neanche i ripetuti successivi, meticolosi lavaggi di Edwige Fenech, sono riusciti ad offuscare. Janeth-Marion si spoglia, mostrando, a differenza dell’Ubalda, soltanto le caviglie, entra, tira la tenda e apre il getto d’acqua. Il resto lo conoscono a memoria anche i bambini dell’asilo. Ciò che forse ignorano è che per girare quella scena di quarantacinque secondi, Hitch ci mise una settimana, utilizzando ben tre controfigure della pudibonda vittima designata. Sul cui corpo, si badi bene, nonostante le tante, micidiali coltellate non resta neppure un segno. Nelle mani di un altro regista, specie oggi, il cadavere sarebbe più malconcio di una tela di Fontana.

Il tempo di riaversi dalla fifa blu e piomba in loco il povero investigatore Milton Arbogast, pronto a stramazzare sulle scale in una scena da far saltare il cuore ben in più su della gola. Per tacere della sequenza finale in cantina, con Vera Miles, guarda caso un’altra bionda, nel ruolo di Lila, la cocciuta sorella defunta. Ce ne vuole insomma prima che la palpitazione torni normale. Intanto il film, per festeggiare il cinquantesimo anniversario, torna in questi giorni nelle sale di tutt’Italia. E al noir in Festival di Courmayeur, il 12 dicembre lo vedremo in un rimasterizzato digitale 2K.