Qualche consiglio al Guardasigilli

Carlo Taormina*

Sono convinto che le riforme di cui ha bisogno il Paese non debbano essere né scelte né realizzate dai tecnici degli specifici settori ma dai politici di professione. I tecnici partono da impostazioni teoriche e spesso personali, mentre solo i politici sono capaci di captare ciò di cui la gente ha bisogno. Per queste ragioni, andando un poco contro corrente, ritengo oculata la nomina di Mastella a ministro della Giustizia, come ottima era stata quella di Castelli, al quale va il merito di aver affrontato con determinazione e coraggio l’arroganza della categoria dei magistrati, abbattendo il tabù della intoccabilità del sistema giudiziario. Mastella ha sbagliato nell’andar lui dai magistrati, con l’intento di aprire un dialogo che solo loro avevano chiuso, infrangendo così la regola fondamentale delle separazioni del potere esecutivo da quello giudiziario, ma la oggettività della situazione depone per la venialità dell’errore, specie se fermezza e decisione dovessero caratterizzare l’esercizio delle prerogative da Guardasigilli.
Credo di essere il più titolato ad intervenire sul problema delle riforme giudiziarie per varie ragioni. In questo momento, considero senza alternativa la linea dell’opposizione intransigente onde tornare prima possibile alle urne, ma con altrettanta determinazione affermo che maggioranza ed opposizione debbono convergere per realizzare quelle riforme che tutti i cittadini si attendono. E non è dubbio che pur nella diversità delle possibili soluzioni, da almeno trent’anni la gente insegue l’obiettivo, privo di colorazione politica, di processi celeri ed efficienti. In secondo luogo, ho sempre riconosciuto a Castelli il merito di aver ammodernato e democratizzato un ordinamento giudiziario che portava ancora la firma di Mussolini, ma prima, durante e dopo la approvazione della riforma ne ho sempre contestato alcuni contenuti come l’aver confuso la meritocrazia con un persecutorio esamificio, ma soprattutto non ho approvato la inversione di metodo che con quella riforma fu consumata.
L’ordinamento giudiziario serve ad organizzare la magistratura, ma i relativi modelli strutturali debbono essere espressione delle caratteristiche della funzione alla quale offeriscono. Disciplinare prima l’organizzazione e poi la funzione è come costruire prima il tetto di una casa e poi le mura. L'organizzazione del pubblico ministero, ad esempio, sarà diversa, a seconda che le funzioni investigative siano attribuite ad esso piuttosto che alla polizia giudiziaria. Allo stesso modo monocraticità, collegialità, il carattere popolare o togato, articolazione in due ovvero tre gradi sono variabili che influiscono profondamente sulla organizzazione della giustizia. In sintesi, non si può riformare l’ordinamento giudiziario se prima non si sono messi a posto processi civili e penali.
Per queste ragioni, io condivido la sospensione della riforma Castelli annunciata da Mastella, fino a quando i codici processuali non siano rimodellati nei loro aspetti essenziali di garanzia e di funzionalità. Sarebbe una esercitazione astratta, persino ideologica, quella di entrare nel merito della riforma Castelli, giacché solo la chiarezza sull'assetto della giustizia penale e civile potrà far dire ciò che di essa sia giusto o sbagliato. Anche l'idea di revisionare le leggi del centrodestra è, in questo momento da sconsigliare, non per partito preso, ma perché essa potrebbe essere in armonia con un piano generale di riordino. Che significherebbe, ad esempio, abolire l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione, se si dovesse giungere all’abolizione dell’appello?
Io penso che Mastella abbia una occasione davvero storica, come quella di impostare una riforma di tutti, quale è quella sulla giustizia, inaugurando al tempo stesso una metodologia «pilota» per il futuro. Non sono io a poter indicare a Mastella le vecchie tecniche di legiferazione come strumenti forse da rinverdire. Siano i politici ad individuare gli obiettivi riformistici che intendano perseguire, ma siano gli stessi politici, come quello del funzionamento della giustizia, a costituire un tavolo di lavoro comune a tutte le forze di maggioranza e di opposizione, intorno al quale sieda anche chi sia in grado di farne da ineludibile strumento tecnico, impedendo abnormità eseguendo con rigore la volontà politica. Le grandi riforme processuali del passato hanno visto al lavoro - in assoluta sinergia - insieme o accanto ai politici i grandi protagonisti del sistema giustizia: magistrati, avvocati, università. L’arroganza della politica attuale, l’ignoranza che spesso l’ha pervasa, un bipartitismo barricadiero, hanno fatto dimenticare tutte queste cose, ma la storia del nuovo Guardasigilli, come pochi equilibrato conoscitore del vecchio e del nuovo, potrebbe essere l’occasione da non perdere per la politica e per le istituzioni.
*membro della segreteria politica di Forza Italia