Quando gli americani inventarono il mito della "Côte d’Azur"

Fitzgerald, Hemingway,
Dos Passos, Cole Porter
e la Riviera degli anni ’30
Reportage da un mondo
da sogno che non c’è più. Casinò, terrazze, cedri
ed eucalipti: così
si amava, si rideva,
si soffriva in un luogo &quot;da romanzo&quot;<br />

nostro inviato a Cap d’Antibes

Questo che oggi, a Juan-les-Pins, si chiama Hôtel Belles Rives un tempo era la villa St. Louis e ci abitavano Francis Scott Fitzgerald, sua moglie Zelda, la loro figlia Scottie. Nell’atrio c’è incisa una frase del primo che recita così: «È uno di quegli strani, preziosi e del tutto passeggeri momenti in cui ogni cosa della nostra vita sembra andare bene». Se vai verso Cap d’Antibes troverai lo Château de la Garoupe, il cui padrone di casa allora si chiamava Cole Porter e oggi è il miliardario russo Boris Berezovski. Villa America, la casa dei «favolosi» Murphy sulla strada per Mougins, invece non c’è più, buttata giù e rifatta ex novo dai nuovi proprietari negli anni Cinquanta, ma su quella per Cannes resta ancora lo Château de la Napoule, la vecchia torre saracena che gli americani Henry e Marie Claws trasformarono nel primo dopoguerra in un maniero fra il finto gotico e il finto romanico. Oggi è un centro culturale.
La Costa Azzurra la inventarono gli americani, e almeno di questo bisogna essere loro grati. Fino al XVIII secolo la natura senza cultura non esisteva, e se gli inglesi facevano il Grand Tour i francesi lo chiamavano Voyage d’Italie, ma bene o male era la stessa cosa. Ancora nell’Ottocento l’Italia rimane la meta privilegiata dei Flaubert e degli Stendhal, dei Tolstoj e degli Henry James, ma dal litorale a sud delle Alpi comincia a soffiare un venticello che parla di un genere mondano nuovo, fatto di palazzi, casinò e terrazze, grandi vasi di fiori e giardini di piante... Nel 1887 Stephen Liégeard ribattezza «Costa Azzurra» la riviera che va dal Castello di If, davanti a Marsiglia, sino a Genova, e l’invenzione inglese della villeggiatura vi celebra il suo apogeo a fine Ottocento. Ci si cura, ci si diverte, ci si innamora. Lo si fa da settembre ad aprile, l’estate è considerata una stagione insalubre, il Mediterraneo è ritenuto un mare interno, caldo perché stagnante: d’estate ci si trasferisce sulle isole del Canale della Manica, sulle coste dell’Atlantico... «Nessuno che fosse qualcuno» scriverà Elsa Maxwell per rendere meglio il senso della rivoluzione che sta per compiersi, «veniva avvistato nel sud della Francia durante luglio e agosto». Zelda Fitzgerald in Save Me the Waltz racconta di come sui transatlantici che collegavano gli Stati Uniti all’Europa i viaggiatori esperti mettessero sull’avviso i novizi riguardo ai pericoli che li attendevano: «I loro bambini avrebbero preso il colera, gli amici sarebbero stati morsicati a morte dalle zanzare francesi, da mangiare avrebbero trovato solo carne di capra e niente ghiaccio per i liquori».
Fu Cole Porter l’uomo che fece la rivoluzione d’estate. Insieme con la bellissima moglie Linda affittò nel 1921 per l’intera stagione lo Château de la Garoupe a Cap d’Antibes. Lo fece sulla spinta dell’entusiasmo e dell’interessamento di una specie di pazza, Mary Garden, celebre soprano americano dell’epoca. Innamorata della Francia, nel 1916 si era presentata all’ufficio di reclutamento militare di Parigi travestita da maschio e chiedendo di essere mandata al fronte nel corpo degli zuavi. Scambiata per una spia tedesca e interrogata a fondo, in lacrime aveva ammesso la propria identità e, essendo già famosa, era stato lo stesso ministro della Guerra Gallieni a avocare a sé il caso. «Sono sicura che saprei combattere come un uomo» lei gli aveva detto. «Non ho mai fallito nel sottomettere tutti gli uomini che conosco». Nel dopoguerra la Garden mise le proprie radici in Riviera, prima a Montecarlo, poi a Beaulieu.
Se il celebre musicista fu il primo a rompere il tabù che vietava l’estate al mare, furono Gerald e Sara Murphy a trasformare quella rottura in uno stile di vita e a fare della Costa Azzurra una filosofia. Bella lei, aitante lui, ricchi entrambi, relativamente giovani, fecero da catalizzatori di un ambiente e di un’epoca. Gerald dipingeva, era amico di Picasso e Léger, posava per Man Ray. Ospiti il primo anno dei Porter, l’anno dopo convinsero il manager dell’Hotel du Cap a aprire «fuori stagione» solo per loro e a lasciargli una cuoca e una cameriera... In seguito, acquistato lo Chalet de Nielles sotto il faro di Cap d’Antibes, lo ristrutturarono e gli diedero il nome di Villa America.
Villa America fu la prima in Riviera provvista di terrazza-solarium, aveva quattordici stanze e alcuni ettari di giardino pieni di cedri del Libano, olivi, eucalipti. I muri esterni dipinti di beige, le persiane gialle, un arredamento moderno, era una delle preferite da Le Corbusier. I Murphy ricevevano, ma senza esagerare. Dirà Sara: «Ci si voleva bene, volevi vedere i tuoi amici il più spesso possibile e così spesso li vedevi tutti i giorni. Era come una grande fiaba e eravamo tutti così giovani».
Nel tempo i Murphy serviranno da soggetto, più o meno riuscito, più o meno falsificato, di un romanzo come Tenera è la notte di Fitzgerald, di un racconto come Le nevi del Kilimangiaro di Hemingway, ancora di un altro romanzo, Big money di Dos Passos... Secondo Donald Ogder Stewart, lo sceneggiatore premio Oscar di Philadelphia Story, uno dei capolavori della sophisticated comedy americana degli anni Trenta, la vita dei Murphy assomigliava davvero a una fiaba: «Avevano tre bambini d’oro, si amavano, avevano il dono di rendere piacevole la vita delle persone che avevano la fortuna di essere loro amiche».
Negli anni Trenta la favola si interruppe, i Murphy tornarono in America, la Costa Azzurra era divenuta troppo di moda, e quindi fuori moda, il cambio dollaro-franco non era più così economico... A metà degli anni Trenta la fiaba si mutò in tragedia, la morte improvvisa di due dei tre giovani figli. «Il destino non ha più frecce nel suo arco per ferirvi come ha fatto con queste» scrisse alla coppia il vecchio amico Fitzgerald. «La coppa d’oro ora si è rotta, certo, ma era d’oro, e niente adesso può più portarvi via quei ragazzi».
Hemingway parlerà sempre genericamente dei Murphy, «gente ricca», e quindi «gente bastarda». Si erano frequentati, naturalmente, si erano anche piaciuti, ma l’ammirazione per ciò che non si possiede, siano soldi e siano qualità, ci mette poco a divenire noia e disprezzo. «I pescatori non provano molto piacere nel nuotare» osserverà Dos Passos, «e Ernest si sarebbe sentito stupido a prendere il sole sulla spiaggia. Per apprezzare Villa America dovevi immedesimarti nel rituale attentamente costruito da Gerard, e Hemingway era troppo primo attore per recitare in una commedia diretta da un altro». In Festa mobile, le sue memorie di una Parigi povera ma felice, Hemingway scriverà di non aver mai creduto «ai ricchi che non hanno difetti e che danno un’aria di festa a ogni giornata, ma che quando sono passati, e hanno preso il nutrimento di cui avevano bisogno, lasciano ogni cosa più morta delle radici di qualsiasi erba gli zoccoli dei cavalli di Attila abbiano calpestato». A Calvin Tompkins del New Yorker che gli chiedeva il perché di tanta acredine, l’anziano Gerald Murphy replicherà: «Sì, è un po’ amaro, stranamente accusatorio, però molto ben scritto»... La Costa Azzurra era anche questa cosa qui.