Quando Beccaria cacciava il lupo mannaro

Escono film e libri sull’essere metà uomo metà animale. Ha fatto sempre
paura: nel 1792 dieci giovani furono assassinati da un presunto
licantropo. Fu il panico. Fino a quando non iniziò a indagare il famoso
illuminista

Lupo. Belva tremenda e notturna. Spirito inquieto della notte fatto carne, pelo e zanne. Ecco la fama che accompagna l’animale cacciatore che per millenni ha conteso campi e foreste all’uomo (che è in realtà creatura ben più feroce).

Il lupo da sempre è stato utilizzato come icona dell’animalità violenta e imprevedibile che vive dentro di noi. Tanto da creare la favolosa figura del licantropo, creatura a metà tra l’umano e il ferino che si libera nelle notti di luna piena. Non è qui il caso di rivedere la lunga tradizione di questa leggenda che risale almeno ai romani - Petronio nel Satyricon: «Il mio compagno si spogliava e buttava le vesti sul ciglio della strada. Mi sentii venir meno il respiro... diventa d’improvviso un lupo». Ciò che conta è che il mito ogni tanto torna a colonizzare (in concorrenza col vampiro) l’immaginario collettivo. Succede adesso con l’arrivo del film The wolfman che dà alla saga del licantropo un’ambientazione vittoriana. E dietro alla pellicola arrivano romanzi e racconti come The wolfmen, la raccolta pubblicata da Newton Compton e che raccoglie storie scritte da geniacci dell’horror come Clive Barker e Graham Masterton.

Ma difficilmente si ricorda, tremando di fronte allo schermo, che fra gli episodi reali che hanno contribuito alla nascita di leggende su bestie misteriose e lupi mannari uno è italianissimo, anzi lombardo. Una vicenda, da far accapponare la pelle, presente solo ad alcuni cultori di storia locale (come Paolo Colussi o Mario Comincini, autore de La bestia feroce. Quando i lupi mangiavano i bambini nell’Italia padana, Diakronia, 1991). Eppure la vicenda è ben documentata da un testo settecentesco presente alla Biblioteca Braidense di Milano e intitolato: Giornale circostanziato di quanto ha fatto la bestia feroce nell’Alto Milanese dai primi di Luglio dell’anno 1792 sino al giorno 18 Settembre p. p., Stampato a Milano A spesa dello Stampatore Bolzani. Eppure la vicenda coinvolge tra i cacciatori di mostri e presunti licantropi anche quel Cesare Beccaria, divenuto famoso per Dei delitti e delle pene.

Ma veniamo ai fatti raccontati dal Giornale circostanziato e dai documenti d’archivio. Tutto comincia il 5 luglio 1792. Giuseppe Antonio Gaudenzio, un bambino di 10 anni di Cusago, perde la mucca che stava custodendo. Viene mandato dal padre nel bosco, di notte, a cercarla con l’intimazione di non tornare senza (erano altri tempi e quella vacca era «l’unica ricchezza della famiglia»). Giuseppe Antonio non torna più. I genitori sono presi dal rimorso e lo cercano invano. Qualche giorno dopo si trovano dei vestiti stracciati e «avanzi del corpo di un fanciullo divorato». Si incolpano i lupi, ma c’è chi dubita, non è stagione. Pochi giorni dopo, però, il 9 luglio, un gruppo di ragazzi di Limbiate (a quasi 25 chilometri di strada da Cusago), viene assalito da «una brutta bestia... dall’orribile aspetto e di strana forma». Fuggono, ma il più piccolo, Carlo Oca di 8 anni, viene raggiunto: «la Bestia l’afferra, e presolo pel collo se lo strascina nel bosco». Quando i contadini accorrono lo trovano sbranato.

Scoppia il panico. Per le campagne pare esserci un mostro. La notizia si sparge rapidamente seminando il terrore tra i contadini. Molti vedono, o credono di vedere, lo strano animale in località molto distanti tra loro. I razionalisti da caffè (tra cui il redattore del Giornale circostanziato) sostengono, basandosi sulle descrizioni che ne vengono fatte, che si tratti di una iena scappata da qualche circo ambulante oppure di lupi o cani randagi. Ai contadini circondati dal buio delle campagne, invece, le disquisizioni naturalistiche non interessano. Sanno solo che i loro figli muoiono e che dei lupi «normali» non vagano per decine e decine di chilometri per uccidere bambini. Si barricano nelle cascine, se hanno armi sparano a ogni ombra, altrimenti impugnano il forcone, tremano e pregano. Pensano «che non una Bestia naturale questa sia, ma uno spirito infernale, o altroché d’analogo. Questa, comunque insensata, opinione si sparge, e v’ha sin chi dice averla trovata di notte in mezzo ad un bosco in figura di gentil donzella». E del resto le descrizioni parlano di una creatura incredibile - «lunghezza di due braccia circa, alta un braccio e mezzo come un vitello di ordinaria grandezza, con la testa simile a quella di un maiale, orecchie da cavallo, peli lunghi e folti sotto il mento... ed il resto del corpo baio» - e inizia a circolare la voce che sia un «loup garou» (lupo mannaro in francese).

Nel frattempo l’unica cosa certa è che i bambini continuano a essere sbranati: Giuseppa Suracchi (anni 6, di Corbetta) Antonia Maria (anni 8, di Senago), Domenico Cattaneo (anni 13, di Cesano Boscone), Giovanna Sada (anni 10, di Arluno), Regina Mosca (da S. Siro fuori da porta Vercellina a Milano), Anna Maria Borghi (anni 13, da Barlassina), Giuseppa Re (anni 13, di Bareggio), Maria Antonia Rimoldi (di Terrazzano). E non mancano i ragazzini, come Giovanna Bosone, che sfuggono alla belva ma ne restano orrendamente feriti (la curò il medico personale di Pompeo Litta che constatò i morsi alla gola: «Sei sono le ferite della fanciulla nel collo, due alla destra, e quattro alla sinistra parte... Sembrano fatte con sottili pungoli»).
Le autorità austriache in questo clima di panico intervengono quasi subito, ma alla «vecchia» maniera. Dopo aver dichiarato la pubblica calamità promettono centinaia di zecchini a chi uccida «la strana bestia», convocano cacciatori esperti dalla Valsassina, distribuiscono armi (aiutate in questo dai nobili). Il risultato è che sempre più persone vedono la belva, che tutti sparano e non colpiscono nulla. Il governo decide allora di rivolgersi a una delle sue branche più efficienti: il Magistrato politico Camerale dove prestava servizio l’ormai anziano Cesare Beccaria. Il nemico della pena di morte incaricato di trovare il modo di giustiziare il mostro. Beccaria optò, il 20 agosto, per l’antica soluzione delle trappole. Ne furono disposte molte attorno a Milano. Beccaria credeva davvero all’esistenza della bestia? Che le morti fossero da attribuire allo stesso animale? Probabilmente no. Credeva, come il governo e i circoli illuministi, che il panico fosse la cosa peggiore. Che andasse fermato.

Il 13 settembre un lupo cadde in una trappola presso Porta Vercellina. I contadini lo impiccarono con un cappio. Quando fu mostrato ad alcuni dei testimoni delle aggressioni molti negarono che si trattasse della «bestia». Altri dissero che forse lo era. Questa seconda risposta era quella che le autorità volevano credere e far credere. Entro l’ottobre 1792 la commissione d’inchiesta, seppur costretta ad ammettere alcune incongruenze, decretò che la belva era morta. Non si registrarono altre morti o, se sì, ne venne nascosta la notizia.

Il panico venne superato e la gente fece la fila per vedere il lupo impagliato. Poi arrivarono i francesi e la guerra e le paure divennero altre. Eppure resta il fatto che una spiegazione di quelle morti e sulla natura della «bestia» non è stata mai trovata. The Wolfman avrebbero dovuto ambientarlo a Milano più che nell’Inghilterra vittoriana.