Quando Berto stroncava Fellini e Visconti

Anche Giuseppe Berto, il grande romanziere de Il cielo è rosso e del Male oscuro, lavorò nel cinema. Soggetti, sceneggiature, più che dignitose, o perfino cose di mera cucina... «Berto accetta di fare di tutto: il comandante, il caporale, il soldato della bassa forza - rileva Gian Piero Brunetta -. Il lavoro per il cinema lo distoglie da più alti impegni letterari, ma costituisce una continua sfida e una fata morgana di guadagni facili e quasi immediati. Per una decina d’anni lavora come soldato di ventura e mercenario sotto le bandiere della Lux, di Ponti, di De Laurentiis, di Giuseppe Amato e di sigle più o meno evanescenti». In che cosa differiscono però l’orgoglio e la sincerità intellettuali di Berto? Nel non accampare pretesti, nel mettersi continuamente in gioco, nell’odiare ogni spocchia preventiva, nel diffidare di ogni finto lasciapassare culturale, che mai può infatti diventare anche un comodo passaporto etico: «Da parte loro, gli intellettuali hanno la colpa di essersi piegati ai desideri di produttori e registi con assoluta malafede».
«Quello che è cinema - proclamava René Clair - è ciò che non può essere raccontato». Ma Berto ha anzitutto, e perfettamente, raccontato cos’era il cinema, cos’era per la gente, e specie la più umile e la più povera, in quei dolenti eppure risvegliati anni dell’immediato dopoguerra, con un’Italia che risorgeva con tutto il suo orgoglio individuale e collettivo di nazione finalmente moderna, e immensi problemi antichi da risolvere. L’Italia che i film dei suoi migliori maestri del Neorealismo amavano riprendere, esaltare a miglior sfondo dei nuovi tempi, anche così, lacerata e ferita, umiliata e poi salvata dagli artigli della Storia.
Dal marzo 1957 all’ottobre 1958, con pochissime interruzioni, Giuseppe Berto tenne una bella rubrica settimanale sul periodico romano Rotosei, un rotocalco agguerrito e informato, dedicato allo spettacolo, allo sport, alla politica, alla società eccetera. Ed in quel breve lasso di tempo, di articolo in articolo, Berto ci regala un piccolo, inopinato affresco europeo e mondiale dei tardi anni ’50, davvero gustoso e sintomatico, tanto a livello espressivo che sociale. Da scrittore, riesce appunto a raccontare come pochi i film (trama, risvolti, personaggi, implicazioni psicologiche, scenari), ammaliandoci con superbi incipit da romanzo o novella di pregio: «Quante probabilità di salvarsi ha un povero diavolo che capita a nascere in quel sottobosco della giungla d’asfalto che è l’East Side di New York?» (per Lassù qualcuno mi ama). «Il vecchio re Teseo, qui, si chiama Gino. È un italo-americano che ha fatto fortuna, e come un re vive in mezzo ai suoi vasti possedimenti popolati di greggi. Naturalmente è vedovo. Ha una sorella, un cognato, una figlia. Gli manca un figlio, elemento indispensabile per imbastire la storia di Fedra. Ma il regista rimedia mettendogli accanto Pietro: un giovane importato dalla Spagna, allevato come un figlio, cresciuto gagliardo e bellissimo» (per Selvaggio è il vento)...
Grandi registi e grandi film «stroncati» abbondano in queste pagine, che ora possiamo divertirci a leggere come un delizioso, autoironico libro di racconti involontari, mai scritti, al massimo solo pensati (Giuseppe Berto, Critiche cinematografiche 1957-1958, a cura di Manuela Berto e Pasquale Russo, con due saggi di Cristina Villa e di chi qui ne scrive; Monteleone Editore, pagg. 364, euro 15). Non c’è Fellini o Visconti che tenga: «Cabiria è debole, appunto perché le hanno voluto dare una totale preminenza, fino a svuotare di contenuto gli altri personaggi che le stanno intorno»... «A parlare dei difetti nei film di Visconti, c’è il rischio di fare, almeno agli occhi dei suoi fanatici ammiratori, la figura di gente grossolana e sprovveduta»...
Critica sociale, parabola di costume... «In fondo, ogni artista che racconta una storia - medita Berto - non fa che oggettivare se stesso». E incubi e archetipi, dramma e commedia, misteriosamente coincidono: «La guerra, c’è poco da dire, piace. Non importa se voi e io ci siamo proposti con fermezza di non farne più». Ma qualcosa di certo il cinema insegnò anche allo scrittore Berto, in una provvida, magari inconscia trasfusione reciproca. Se non proprio a imparare a scrivere «sul rovescio delle immagini», come sostiene il Michel Leiris critico d’arte, almeno gli rafforzò quella «luce negli occhi» di cui parlava Italo Calvino. «Perché fatti, personaggi, sogni, visioni hanno valore solo se messi in rapporto con l’uomo», giurava Berto, intento a catechizzare, o se necessario fustigare, l’amicissimo Fellini.