Quando cala la notte nelle foreste di Westeros nessuno è più al sicuro. Né bestia né cavaliere

di George R. R. Martin

La notte era satura dell’odore di uomo. Il lupo delle tenebre si fermò sotto un albero e annusò, il suo pelo grigio e marrone era un mosaico di ombre. Tra i pini, dominante su tracce più deboli di volpe e coniglio, foca e cervo, perfino di lupo, un sospiro di vento trascinò fino a lui l’odore-uomo. Anche gli altri erano odori-uomo, il lupo delle tenebre lo sapeva. Il lezzo di vecchie pelli, morte e irrancidite, finiva per scomparire sotto gli odori più forti: fumo, sangue e decomposizione. Solamente l’uomo strappava le pelli alle altre bestie, indossando poi il loro cuoio, i loro peli.
I lupi delle tenebre non sono semplici lupi: i lupi delle tenebre non hanno paura degli uomini. Odio e fame si attorcigliavano nelle sue viscere. Il lupo delle tenebre emise un basso ringhio, chiamando il fratello con un occhio solo, chiamando anche la sorella, più piccola e subdola. Appena il lupo delle tenebre corse tra gli alberi, i compagni di branco scivolarono rapidi dietro di lui. Anche loro avevano percepito l’odore-uomo. In piena corsa, il lupo delle tenebre vedeva anche attraverso i loro occhi, discernendo se stesso lanciato in avanti. Dalle lunghe mandibole grigie, il respiro del branco si condensava caldo e livido. Il ghiaccio si era solidificato tra le zampe, duro come pietra, ma ora la caccia era iniziata, e davanti a loro c’era la preda. «Carne» pensò il lupo delle tenebre, «cibo».
Un uomo da solo era qualcosa di debole. Grande e grosso, certo, dotato di occhi acuti e attenti, ma scarso di udito e sordo agli odori. Cervi e alci, perfino i conigli, erano più rapidi nella fuga, orsi e cinghiali più temibili nella lotta. Ma gli uomini, quando erano raccolti in branchi, diventavano pericolosi. Nell’avvicinarsi alla preda, il lupo delle tenebre udì il lamento di un cucciolo, la crosta della neve caduta la notte prima spezzarsi sotto le goffe zampe-uomo. \
«Spade» sussurrò una voce dentro il lupo delle tenebre, «lance». Dagli alberi erano cresciute zanne di ghiaccio, sogghignanti dagli spogli rami marroni. Un-occhio si aprì la strada nel sottobosco, sollevando turbini di neve. I compagni di branco lo seguirono. Su per una collina, giù per il pendio sul versante opposto, fino a dove il bosco si apriva davanti a loro. Gli uomini erano là. Uno era femmina: il fagotto avvolto di pellicce che stringeva tra le braccia era il suo cucciolo. «Lascia lei per ultima» sussurrò la voce da dentro. «I maschi: sono loro il pericolo». Ora tutti ruggivano: lupi contro uomini, uomini contro lupi. Solo che il lupo delle tenebre poteva percepire il lezzo del loro terrore. Uno degli uomini reggeva un dente di legno della sua stessa altezza. Lo lanciò, ma la sua mano tremava e il dente di legno volò troppo in alto.
Il branco di lupi si avventò su di loro.
Il fratello del lupo delle tenebre con un occhio solo scaraventò l’uomo che aveva lanciato il dente di legno su un tumulo di neve. L’uomo cercò di lottare. Un-occhio gli squarciò la gola. La sorella più piccola passò dietro l’altro maschio e lo attaccò alle spalle. A quel punto, la femmina e il cucciolo erano suoi. Anche la femmina aveva un dente, più corto, fatto d’osso. Lo lasciò cadere nell’istante in cui le fauci del lupo delle tenebre si serrarono attorno alla sua gamba. Nel crollare, la femmina raccolse entrambe le braccia a protezione del suo cucciolo rumoroso. Sotto le pellicce, la femmina non era altro che pelle e ossa, ma le sue mammelle erano piene di latte. La carne più tenera era quella del cucciolo. Il lupo delle tenebre risparmiò le parti migliori per il fratello. Tutto attorno alle carcasse la neve diventò prima rosa e poi rossa, mentre il branco si riempiva la pancia.
Molte leghe più lontano, in una semplice capanna di fango e paglia, con un foro nel tetto di canne per espellere il fumo e il pavimento di dura terra battuta, Varamyr Seipelli rabbrividiva, tossiva e si leccava le labbra. Aveva gli occhi rossi, le labbra fessurate, la gola secca e riarsa. Eppure il gusto del sangue e del grasso gli riempiva la bocca, anche se il suo ventre gonfio dalla fame urlava per ottenere nutrimento. «Carne di bambino» pensò Varamyr ricordando Bump. «Carne umana» Era davvero caduto così in basso da essere affamato di carne umana? Poteva quasi udire Haggon ringhiargli contro. «Gli uomini possono mangiare la carne delle bestie, e le bestie possono mangiare la carne degli uomini. Ma l’uomo che mangia la carne dell’uomo è un abominio».
«Abominio» era sempre stata la parola preferita di Haggon. «Abominio, abominio, abominio». Mangiare carne umana era un abominio, accoppiarsi lupo con lupo era un abominio, e impossessarsi del corpo di un altro uomo era il peggiore di tutti gli abomini. «Haggon era un debole, spaventato del suo stesso potere. È morto da solo e piangendo, quando ho sradicato la sua seconda vita da dentro di lui». Varamyr gli aveva divorato il cuore. «Mi ha insegnato tantissime cose: l’ultima cosa che ho imparato da lui è stato il gusto della carne umana».