Quando il cellulare da passione diventa malattia

Non lasciano il cellulare neanche un istante. E quando lo dimenticano, diventano ansiosi e irritabili, fino all’estremo di avere vere e proprie crisi di panico. Lo mettono addirittura sotto il guanciale quando vanno a dormire. Controllano ossessivamente segnale e carica della batteria. Sono i telefonino-dipendenti, individui che al cellulare non attribuiscono solo una funzione pratica ma una valenza affettiva, utilizzandolo come principale se non unico mediatore nel rapporto con gli altri. Perché il telefonino, pensano, «non lascia mai soli».
Una patologia nuova, che già interessa molte persone. Anche a Roma. I primi a farne le spese sono i ragazzi. Lo Sportello InfoHandy che studia la dipendenza da cellulare, gestito dalla Società italiana intervento sulle patologie compulsive, proprio in questo periodo sta effettuando un’indagine sugli studenti romani, tra i 14 e i 17 anni. Attualmente sono stati sentiti duecentotrentuno tra ragazzi e ragazze. L’80 per cento di loro dichiara di usare il cellulare meno di due ore al giorno. Il 12 per cento tra tre e sei ore, l’8 per cento più di sette ore. A livello di dipendenza, il 35 per cento ha un rapporto problematico con l’apparecchio, il 4 per cento addirittura patologico. E poi c’è l’aspetto economico, non secondario: più del 13 del campione per cento supera la spesa di trenta euro mensili. Il 66 per cento cambia apparecchio una volta l’anno, l’11,7 per cento, due o tre volte.
Diverse le forme di utilizzo dell’apparecchio. Poco meno del 50 per cento lo usa principalmente per mandare sms. Il 32 per cento per telefonare. Una percentuale consistente, pari al 18 per cento, lo impiega per fare fotografie e minifilmati. È quest’ultimo il dato che preoccupa maggiormente gli specialisti. Perché è qui che dall’uso si scivola facilmente nell’abuso. Riprendere una persona senza che questa lo sappia è una violazione della privacy, ma i ragazzi non se ne curano. Solo il 30 per cento dice di non farlo mai. Il 32,3 per cento lo fa raramente. Il 21,2 ogni tanto. Il 3,5 spesso. Fino al picco del 13 per cento che dichiara di farlo sempre. Nei filmati girati di nascosto rientrano quelli «intimi», realizzati dal 21,3 per cento degli intervistati per divertirsi con gli amici. Non solo. «Molti giovani - spiega l’équipe dello Sportello - vendono la propria immagine o quella di amici al costo di una ricarica. Nella maggior parte dei casi, questo traffico di foto osé rimane all’interno della scuola o del gruppo, ma può arrivare su internet».
I ragazzi sembrano non rendersi conto delle implicazioni di tale commercio. Né dei rischi che comporta, soprattutto, quando il «gioco» diventa merce per un pubblico adulto. L’unica differenza si vede nel prezzo: la quotazione di una foto «spinta» venduta ad un minorenne si aggira intorno ai trenta euro, per i più grandi sale a cento. Come si arriva a questo punto? «Per curiosità e desiderio di emancipazione - dicono allo Sportello -. I giovani sono convinti di dare dimostrazione di maturità, con comportamenti di questo tipo. Influisce pure il bisogno di soldi».
Ma la dipendenza da cellulare non riguarda soltanto gli «under 18». Interessa anche gli adulti, per lo più uomini. La causa è da ricercare in un insieme di solitudine, horror vacui (paura del vuoto) e insicurezza. Quest’ultima si manifesta pure con il controllo ossessivo, tramite cellulare, dei movimenti del partner. A ciò si aggiungono il desiderio di riconoscimento da parte del gruppo - chi cambia più apparecchi lo fa per motivi di status - e un fondo, più o meno evidente, di tristezza e noia. Il cellulare sembra una soluzione ai propri problemi perché porta con sé la promessa di compagnia. Chi non lo spegne mai, si sente potenzialmente in contatto con altre persone in ogni momento della giornata. L’illusione della «vicinanza», però, finisce per precludere quella reale: per il 45 per cento degli intervistati è più facile parlare al cellulare che «dal vivo».