Quando Cioran spiegava gli anni di piombo e di follia

Su nessun argomento si è forse scritto e discusso tanto negli ultimi anni da noi come sugli Anni di piombo. Sulla questione sono cresciute montagne di rievocazioni e di analisi, ammassi di interpretazioni e di ipotesi, cumuli di dibattiti e convegni, pile di documenti e di libri, cataste di spettacoli e di film, valanghe di inchieste e talk-show. Cosa del tutto giusta e comprensibile; la vastità di questa produzione è infatti ampiamente giustificata sia dall’enormità di fatti che l’hanno generata, sia dalla complessità e oscurità delle circostanze sociali e politiche in cui essi maturarono.
L’interesse per la materia viene del resto incessantemente riattivato dal perpetuarsi del miraggio brigatista: una sindrome psico-politica che ha assunto ormai il colore di un’irriducibile malattia nazionale. Eppure, per cogliere il senso profondo di questa lunga follia, bastano in fondo poche, pochissime parole. Come, per esempio, quelle, concise e impeccabili, con cui al grande Emil M. Cioran, in alcune delle tante lettere che fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90, scrisse al suo amico e traduttore italiano Mario Andrea Rigoni (oggi raccolte in un bel libretto – Mon cher ami – edito dal «notes magico») accadde fra l’altro di esprimere a caldo il suo giudizio su quella stagione.
Ecco un passo sul caso Moro datato Parigi, 9 maggio 1978: «Proprio ora apprendo la terribile notizia. Questi signori delle Brigate rosse, se per assurdo si impadronissero dello Stato, infliggerebbero all’Italia un regime di tipo cambogiano. Tutte queste tragedie a causa dell’Utopia!». Ed eccone un altro sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980: «Sono al corrente della situazione in Italia. La follia criminale di Bologna ci ha tutti sconvolti. Bisognerebbe estirpare tutte le ideologie e, prima di tutto, il bisogno di credere. Uno scettico non maneggia mai la dinamite».
La lucidità di queste poche righe lascia ovviamente insoluti quasi tutti i veri o supposti misteri degli Anni di piombo. Che vengono di solito evocati con interrogativi come questi: che cosa fu realmente il nostro movimento studentesco? A quali pulsioni politico-sociali rispondeva? Perché in esso prevalsero fin dal principio gruppi dominati dal culto dell’ideologia marxista, leninista e persino stalinista? Che cosa condusse quel movimento a frantumarsi in piccoli (e spesso ridicoli) gruppetti politici? Chi facilitò la ripresa di ideologie resistenziali e antifasciste a 23 anni dalla fine della guerra? Che ruolo ebbero la guerra fredda e il mondo diviso in blocchi in quella crescita esponenziale della violenza? Come cominciò a maturare in seno a quella generazione l’idea di una rivoluzione violenta, via via sempre meno di massa, ma chiusa nella clandestinità del terrorismo?
Tutti quesiti legittimi. Ma le poche righe dello scettico Cioran, con quel limpido richiamo al pernicioso potere delle utopie e del bisogno di credere, dicono l’essenziale.
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