Quando il diritto diventa una gabbia

Un saggio di Franco Rodotà sull’eccesso di «profilassi» giuridica per arginare i conflitti sociali

Medicalizzazione e giuridificazione: non c’è ormai un solo aspetto della nostra vita che non sia sottoposto all’azione congiunta di questi due processi di protezione, di «immunizzazione». È pur vero che da sempre, medicina e diritto, hanno condiviso la medesima funzione: proteggere la vita dalla morte. La medicina, quella dell’organismo biologico, insidiato dal pericolo della malattia. Il diritto, la vita dell’organismo sociale, minacciata dalla violenza di un conflitto distruttivo.
La novità è che, mentre nel passato la protezione medica e quella giuridica intervenivano nei momenti di crisi - insorgenza della malattia, esplosione della violenza -, oggi sono diventate vere e proprie «profilassi». Che si prendono preventivamente cura dell’organismo - biologico e sociale - nel corso dell’intera vita. La procreazione assistita, ad esempio, non solo ha bisogno della medicina, ma di norme giuridiche che ne regolino la pratica. E così avviene per l’espianto e il trapianto di organi, per la terapia genica, per il «suicidio assistito». Le due «terapie profilattiche» tendono sempre di più ad intrecciarsi. Non fosse altro perché entrambe si prendono cura dello stesso oggetto: la vita. E lo fanno «amministrando» la morte.
Nel caso della medicina, questo è più evidente. Lasciamo stare il ricorso sistematico ai farmaci - la società del Prozac, per intenderci - o alla diagnostica clinica. Per poter meglio proteggere l’organismo dalla minaccia della morte, per conservarlo in vita, in salute, deve essere sottoposto ad un controllo sistematico. Che può avvenire a patto che la medicina lo consideri sempre malato, sempre minacciato dalla morte. Ma la medicina può prendersi cura della vita, amministrando la morte, per una semplicissima ragione. La protezione immunitaria di un organismo è possibile, a patto che una dose del male che lo minaccia dall’esterno venga, in forma controllata, introiettata in esso. Il pharmachon può essere una medicina in quanto è anche un veleno, come ci dice il suo etimo.
In che modo, invece, il diritto si prende cura della vita, amministrando la morte? La logica è la stessa della medicina. In particolare della immunologia cellulare. Il sistema giuridico funge da dispositivo immunitario della società in quanto non ha più il compito di proteggere la società dalla minaccia dei conflitti, ma facendo ricorso ad essi, alimentandoli. Il sistema giuridico non ha più bisogno di un antigene esterno per produrre anticorpi. Non protegge la società dall’annientamento mediante risposte affermative, ma negative, facendo ricorso a divieti.
Ma il diritto, si chiede Stefano Rodotà (La vita e le regole. Tra diritto e non diritto, Feltrinelli, pagg. 264, euro 19), può essere usato come terapia sociale, come dispositivo immunitario della società? Può la regola giuridica governare i tumultuosi cambiamenti della nostra vita che avvengono sotto la spinta poderosa delle innovazioni scientifiche e tecnologiche? Può il diritto impadronirsi della nostra vita quotidiana, dimenticando che esso è la risposta normativa all’eccezione, piuttosto che alla regolarità? Insomma, di fronte ad un diritto pervasivo, ad una law-saturated society, ad una società intasata di regole giuridiche, le libertà degli individui vengono ampliate? Non si corre, invece, il rischio che da strumento per emancipare gli individui dalle imposizioni dei poteri pubblici e privati, diventi una gabbia d’acciaio?
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