Quando era giallo, noir e rosa il tricolore del poliziesco italiano

«I misteri di Napoli» di Francesco Mastriani (lodato da Croce) e le dark lady Carolina Invernizio e Matilde Serao

«Dicono che da noi mancano i detective e mancano i gangster. Sarà, ma a ogni modo a me pare che non manchino i delitti. Non si dimentichi che questa è la terra dei Borgia, di Ezzelino da Romano, dei Papi e della Regina Giovanna». Così negli anni Trenta uno dei primi protagonisti del giallo italiano, Augusto De Angelis, stimolava i suoi contemporanei a valutare la credibilità e la genuinità dei nostri romanzi di indagine. Romanzi che avrebbero nel tempo assunto le connotazioni di diversi generi: poliziesco, mistery, noir, procedural, thriller, spy story, crime story, detective story, pulp story, hard-boiled. Stili narrativi che in quest’ultimo periodo hanno dominato nelle classifiche di vendita italiane ed europee grazie a portabandiera del calibro di Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Giancarlo De Cataldo, Massimo Carlotto, Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini, Alessandro Perissinotto, Giorgio Faletti, Marco Vichi, Gianni Biondillo, Piero Colaprico, Gianrico Carofiglio (tanto per citare i nomi più coccolati dalle classifiche e dalla critica).
Ad investigare sulla genesi e gli sviluppi della narrativa di suspense in Italia è un accurato saggio di Maurizio Pistelli intitolato Un secolo in giallo. Storia del poliziesco italiano (1860-1960) (Donzelli, pagg. IX-405, euro 28). Docente di Letteratura Italiana all’Università per Stranieri di Perugia, Pistelli si preoccupa di valutare se i recenti successi dei nostri autori abbiano avuto illustri precedenti letterari. Analizzando il fenomeno dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli anni Sessanta scopriamo che la letteratura italiana non è stata affatto refrattaria o estranea a un genere come il giallo, ma che anzi il rapporto fra questa letteratura di genere e il nostro Paese è stato nel tempo particolarmente fecondo. Pistelli sottolinea, in particolare, come il contesto culturale della seconda metà dell’Ottocento, «caratterizzato dal rapido sviluppo della civiltà industriale, dalla costituzione delle moderne metropoli e dalla diffusione del positivismo scientifico che propone l’osservazione analitica della società esaltando il valore dei procedimenti logici come unici strumenti di approccio alla realtà», sia da considerare fondamentale per l’affermazione del giallo in Italia così come in Europa.
È proprio in questo periodo che nasce una scienza autonoma come l’antropologia criminale, «una disciplina che pone al centro dei propri interessi lo studio della personalità del soggetto delinquente in relazione all’ambiente e ai fatti organici». Sulla scia del grande successo di romanzi francesi d’appendice come I misteri di Parigi di Eugène Sue, anche nel nostro Paese cominciano ad affiorare volumi come I misteri di Torino, I misteri di Milano, I misteri di Genova, I misteri di Firenze, I misteri di Livorno a firma di autori come Alessandro Sauli, A.G. Barili, Carlo Collodi e Cesare Monteverde. Ma sono soprattutto I misteri di Napoli di Francesco Mastriani a mostrare quanto la tradizione feuilletonistica nera sia maturata ed abbia trovato un terreno particolarmente fertile in terra italiana.
Come ricorda Benedetto Croce in La letteratura della Nuova Italia, Francesco Mastriani «è un narratore d’appendice che non solo è importante per la conoscenza dei costumi e della psicologia del popolo e della piccola borghesia partenopea ma rimane il più notabile romanziere del genere che l’Italia abbia dato». E analizzando, oltre ai Misteri di Napoli, opere come La cieca di Sorrento e Il mio cadavere, lo studioso Maurizio Pistelli ci spiega come Mastriani assuma nelle sue opere un linguaggio crudo e diretto che «si adatta di volta in volta alle diverse estrazioni sociali dei protagonisti, fino ad arrivare al colorito gergo malavitoso dei bassifondi partenopei, secondo uno schema già previsto dalle stesse tesi del naturalismo e del verismo».
Fra le pagine di Un secolo in giallo scopriamo così gli sviluppi del nostrano romanzo giudiziario e veniamo a contatto con la narrativa di due dark lady ante litteram come Carolina Invernizio e Matilde Serao ed esploriamo l’universo nero delle storie dello scapigliato Cletto Arrighi che non casualmente sceglie di occuparsi delle vicende criminali della Mano Nera. Nell’omonimo romanzo che Arrighi dedica a questa pericolosissima associazione ci viene spiegato come fra gli intenti di questo gruppo di banditi e assassini ci sia la guerra ai ricchi e al capitale «per mezzo della distruzione e della rapina». Una terribile minaccia che produrrà presto «l’anarchia universale per mezzo del terrore prodotto dalla minaccia continua e inesorabile di morte». La Mano Nera è un romanzo di intrattenimento che usa in maniera esemplare le tecniche della suspense e dell’intrigo ma è anche un inequivocabile spaccato sociale del periodo che racconta.
Molti lettori si stupiranno anche di scoprire nel saggio di Pistelli che autori come Jarro (alias Giulio Piccini) e Emilio De Marchi anticiparono di qualche tempo le indagini dello Sherlock Holmes di Conan Doyle (considerato universalmente il padre della detective-novel internazionale) con volumi come L’assassinio del vicolo della Luna (1883), Il processo Bartelloni (1883), I ladri di cadaveri (1884) e Il cappello del prete (1887). Se Jarro con il suo Lucertolo è il primo a mostrarci le indagini di un poliziotto dell’epoca (abile nei travestimenti, scassinatore, profondo conoscitore delle psicologie criminali, esperto persino nell’analisi delle macchie ematiche), De Marchi ha la fortuna di pubblicare un romanzo come Il cappello del prete che avrà un eccezionale lancio promozionale simile a quelli pubblicitari odierni (paragonabile soltanto, nell’epoca, a quelli di Emilio Salgari) e conterà molte edizioni internazionali nel giro di pochi anni.
Chiave di volta per la nostra letteratura nazionale di genere sarà poi la nascita nel 1929 della collana dei Gialli Mondadori e Maurizio Pistelli è abile a ricostruire il «periodo d’oro» che va dal 1930 al 1940 attraverso l’analisi delle evoluzioni della letteratura, del cinema, del teatro e della radio con uno speciale focus su autori come Alessandro Varaldo, Augusto De Angelis, Tito A. Spagnolo, Ezio D’Errico, Vasco Mariotti e Alessandro Stefani. Narratori che prima dell’intervento censorio del Ministero della Cultura fascista tennero per un decennio alta la bandiera del giallo italiano. Nell’ultima parte del volume viene quindi analizzato il periodo traumatico in cui le collane di gialli vennero definitivamente chiuse in Italia per ordine del regime che le riteneva pericolose per gli usi e i costumi in esse descritti e atte a produrre un comportamento deviato, immorale e criminale. Pistelli esplora poi il periodo di rinascita del poliziesco italiano a partire dagli anni Cinquanta e gli exploit di narratori come Guglielmo Giannini, Giuseppe Ciabattini, Sergio Donati e Franco Enna, fermandosi volontariamente al periodo antecedente la pubblicazione del ciclo dei romanzi della Milano nera di duca Lamberti ideati da Giorgio Scerbanenco (autore del quale vengono presi in esame solo i romanzi del ciclo bostoniano dedicato all’ispettore Jelling pubblicati negli anni Quaranta).
Il saggista è infatti consapevole che da lì in avanti il giallo e il nero italiano prenderanno un’altra strada. Scerbanenco con le sue storie rivoluzionerà per sempre il genere ed aprirà definitivamente le porte ai moderni noiristi italiani.