Quando la gita diventa un inferno

Marcello D’Orta

«Primavera dintorno/Brilla nell’aria, e per li campi esulta,/ Sì ch’a mirarla intenerisce il core». No, non è ancora primavera (classico periodo di gite scolastiche) ma già musei, siti archeologici, città d’arte devono fare i conti (sì, in molti casi questa è l’espressione giusta) con gli studenti in libera uscita, che simili a uno sciame di cavallette distruggono tutto.
Sia ben chiaro che non sono contrario ai “viaggi d’istruzione” o “visite guidate” (queste le denominazioni burocratiche delle gite scolastiche), che anzi ritengo un’ottima opportunità per ampliare gli orizzonti culturali, socializzare eccetera. Ma esse vanno organizzate come si deve, altrimenti diventano una calamità.
Su questo argomento posso dire la mia solo come ex insegnante. Come ex alunno non ho esperienze. Da ragazzo ho sofferto la fame e figuriamoci se potevo permettermi una gita scolastica. Così, mentre i miei compagni partivano per Roma, Firenze, Venezia, io rimanevo al vico Limoncello numero 21, affacciato alla finestra a guardare i cumuli di munnézza su cui si arrampicavano i topi.
Da insegnante, invece, di gite fuori porta ne ho fatte una decina, tutte risoltesi in esaurimenti nervosi. Nei pullman i ragazzi cantano a squarciagola, gridano, si alzano di continuo, danno da parlare al conducente... Una volta a terra, poi, cominciano a disperdersi, e bisogna contarli di continuo: «Dio mio... ne manca uno! Chi sarà?». E giù a fare l’appello. Manca un Esposito. «Quale Esposito, Vincenzo, Gennaro, Peppino o Salvatore?» Peppino. E tutti alla ricerca del Peppino perduto. Il Peppino perduto, alla fine si trova, ma nel frattempo ti hanno applicato tre by-pass al cuore.
Apprensioni a parte, dalle gite scolastiche ho avuto grandi soddisfazioni. Avendo insegnato nella periferia degradata della città, dove il da Vinci più conosciuto non era Leonardo ma il cantante Sal, è stata di conseguenza una gioia osservare la meraviglia (l’incanto) dei bambini davanti a una tela di Van Dick o una statua del Canova. Sempre, poi, facevo accompagnare qualche alunno da un genitore, il cui «stupore infantile» davanti alle opere d’arte non era inferiore a quello dei figli; modesti operai, contadini, artigiani, che non avevano mai messo piede in una sala di un museo, che pure, in certi casi (come per la pinacoteca di Capodimonte) non distava dal loro paese che una mezz’ora di automobile.
Ma le gite comportano anche seri rischi. Alcuni anni fa, una studentessa di undici anni, morì schiacciata da un masso. I due professori che la accompagnavano furono condannati a sei e quattro mesi di reclusione, per non aver «esercitato una vigilanza adeguata sulla scolaresca loro affidata»; l’anno scorso il ministero della Pubblica istruzione ha dovuto risarcire la famiglia di un alunno, che in gita scolastica era caduto in un burrone, riportando gravi lesioni alla colonna vertebrale (la cifra ha sfiorato i 200mila euro). A pochi metri dalla mia abitazione sorge la chiesa della Rotonda, presso la quale una lapide ricorda gli Undici fiori del Melarancio, le giovani vittime di una gita scolastica, finita nella galleria del Melarancio, in Toscana.
Le regole, sulla sicurezza di questi viaggi, esistono, e vanno rispettate: divieto di viaggiare in pullman nelle ore notturne, obbligo di un accompagnatore ogni quindici alunni, obbligo del consenso scritto di un genitore per un minorenne, eccetera. Norme rigide anche per le agenzie prescelte, che dovranno dimostrare d’essere in possesso dell’autorizzazione all’esercizio, e disporre di veicoli coperti di polizza assicurativa per i viaggiatori, nonchè (e soprattutto) essere in regola con la periodica manutenzione.
Ciò nonostante, una gita può risolversi in un vero incubo per gli insegnanti, se gli alunni non entrano nello spirito di quel viaggio, se lo considerano solo un’opportunità per trasgredire o limonare. La Detroit Free Press ci informa che uno studente di dodici anni in gita scolastica, ha appiccicato la sua gomma da masticare sulla tela The Bay di Helen Frankentthaler, esposta all’Istituto delle Arti di Detroit, e il cui valore è di ben 1,3 milioni di euro. Lo studente è stato espulso dalla scuola, ma molto probabilmente sarà riammesso, perché chi non ha peccato scagli la prima pietra. Non s’è mai saputo con precisione perché, nel 1911, un tale di nome Vincenzo Perugia rubò la Gioconda.
Io lo so: seppe di una gita scolastica al Louvre.