Quando i giornali si facevano con la macchina per scrivere

A Ivrea una mostra celebra l'età d'oro della stampa, quella della Lettera 22 Insegnandoci (ancora) come si fa cronaca, politica, costume, sport...

Chi ha meno di cinquant'anni lo troverà incredibile: eppure ci fu un tempo in cui i giornali si facevano senza computer, senza mail, senza Google, senza cellulari...

Che tempi. Più belli? Più brutti? Senza le nuove tecnologie le giornate erano più pesanti, i tempi più lunghi, e i servizi più complicati. Eppure quelli erano giornali creativi, ricchi di servizi, battaglieri, pensati e scritti benissimo, e venduti in centinaia di migliaia di copie. I tempi d'oro del nostro giornalismo, quelli che coincidono con la diffusione e l'uso delle macchine per scrivere portatili: dal 1950 (anno in cui l'Olivetti progetta la mitica Lettera 22) ai primi anni '90 (quando i pc entrano nelle redazioni) e che ho provato a raccontare nella mostra Piccoli tasti, grandi firme che ho curato al Museo «Garda» di Ivrea (ha inaugurato venerdì, resterà aperta fino al 31 dicembre).

Un'epoca segnata dalla nascita di testate rivoluzionarie, sia per la grafica sia per il nuovo ordine delle pagine e delle notizie (Il Giorno ad esempio, che nasce nel 1956). Alcune delle quali giocano un ruolo fondamentale nella battaglia delle idee (il manifesto, il Giornale, la Repubblica, tutti apparsi negli anni Settanta). Altre sono anticonformiste e irriverenti (il Borghese di Leo Longanesi, del 1950, oppure, per tutt'altro verso, Cuore, il «Settimanale di resistenza umana» dell'Unità, del 1989). Senza contare i quotidiani del pomeriggio, da Paese sera a La Notte (erano il nostro online...). Testate, vecchie e nuove, che offrivano un'informazione pluralista accompagnata da un livello eccezionale di scrittura. Come dimostrano le grandi firme che battevano sui quei piccoli tasti. Grandi giornalisti-scrittori, o scrittori-giornalisti se volete, che hanno ancora molto da dirci. Su come si trova una notizia e su come la si racconta. Senza dimenticare i colleghi che non usavano la macchina per scrivere, ma gomma, forbici e matita: come Giuseppe Trevisani, che ideò l'impaginazione innovativa del manifesto e del Giorno, o Piergiorgio Maoloni, il grafico e designer che firmò la progettazione o il restyling di tutti i più importanti quotidiani e periodici italiani del tempo. La sua prima pagina del Messaggero, il giorno dell'allunaggio, è un capolavoro. E infatti è esposta al MoMA di New York.

Fu una stagione - a guardarla bene - lontanissima, in tutti i sensi. Che ebbe certo molti limiti: tante idee ma anche troppa ideologia, i medesimi conflitti di interessi di oggi, solo più camuffati (a lungo non si seppe che dietro Il Giorno c'era l'Eni, ad esempio), protagonismi eccessivi, corpi redazionali abnormi, costi di gestione altissimi e spese folli (che infatti oggi le aziende editoriali pagano con gli interessi), ma che, pure, fu straordinaria. E che ancora può offrirci suggerimenti particolarmente utili in un momento come l'attuale in cui la carta stampata vive una delle sue crisi più profonde.

Tra le sale della mostra, curiosando, troverete di tutto. Le pagine del Corriere con i pezzi più belli di Buzzati, l'edizione originale della strenna Olivetti con Il deserto dei tartari illustrato da Enrico Baj, il suo capolavoro nato nelle notti di turno al giornale. E poi i numeri originali dell'Espresso con la celebre rubrica «Il lato debole» di Camilla Cederna, un lungo servizio su di lei di Panorama degli anni '80, la pagina che il Corriere le dedicò il giorno della sua morte, e là c'è anche la sua macchina per scrivere. Rossa. Silenzio, arriva il maestro. Indro Montanelli: articoli dattiloscritti, prime pagine di giornali, una serie di caricature dei maggiori vignettisti italiani, fotografie. Di Giovannino Guareschi ci sono le copertine e le pagine di quella meraviglia che è il Candido (la doppia pagina con il disegno di Stalin all'inferno, dopo la sua morte nel marzo 1953, vale più di un trattato di filosofia politica), e le sue inimitabili vignette satiriche. Tocca poi all'inchiesta. Enzo Biagi e Giorgio Bocca furono due campioni. Ci sono i numeri originali di Epoca, pagine di giornali con i loro articoli e interviste-ritratto, fotografie con politici e uomini di spettacolo che incontrarono nella loro lunga carriera, i filmati dalle teche Rai delle loro trasmissioni tv. E poi gli inviati? Ecco a voi Oriana Fallaci, con il dattiloscritto della sua intervista a Lech Walesa, pagine di giornali, fotografie in cui sembra una modella e quelle in cui è una scrittrice, ma anche la sua macchina per scrivere, i registratori, gli occhiali... e Goffredo Parise: le pagine del Corriere con i celebri reportage dal sudest asiatico, foto in giro per il mondo, un quadro-ritratto di Giosetta Fioroni, la sua compagna di una vita... Attenzione. Si entra nella redazione cultura, così snob. Le «firme» sono quelle di Mario Soldati (dattiloscritti e pagine dell'Europeo, del Corriere e del Giorno; ma anche la rivista «per adulti» Kent, siamo nel 1968-69, con suoi racconti) e Pier Paolo Pasolini (il dattiloscritto del famoso «articolo delle lucciole» e il ritaglio del micidiale «Il PCI ai giovani» uscito sull'Espresso il 16 giugno 1968, e poi gli scatti originali del servizio di Dino Pedriali, realizzato poche settimane prima della tragica morte, nel 1975, in cui lo scrittore è ritratto davanti alla sua macchina per scrivere). Infine, lo sport. Che sui giornali arriva per ultimo ma è il primo a essere letto. I cantori sono due. Gianni Brera, con le agende, i dattiloscritti, la pipa e tutti i suoi giornali: Gazzetta dello Sport, Guerin Sportivo, Il Giorno, il Giornale, Repubblica. E Beppe Viola: i numeri di linus con i suoi pezzi, il dattiloscritto con l'irresistibile (leggetela, per favore) «Lettera inviata alla direzione Rai» (1979), e poi i filmati delle teche Rai e le foto con Bruno Pizzul, un giovanissimo Fabio Fazio col registratore a cassetta in spalla, e Gigi Radice...

Che strano. Abbiamo citato i giornalisti, i grafici, potremmo dire anche degli infaticabili tipografi (ci sono le foto di Scalfari in tipografia con la prima copia di Repubblica, 1976, e di Montanelli con quella del Giornale, 1974), eppure manca ancora qualcuno. Forse la persona più importante. Ma no. Ci sei. Eccoti là, fra la gente con il giornale in mano, per strada, nei luoghi pubblici, sui tram... Sei tu, lettore. O almeno, lo eri.