Quando l’Epifania era la festa del riscatto sociale

Marcello D’Orta

Al tempo in cui non sapevo che la Befana fosse mammà e papà (come a dire: al tempo più bello della nostra vita) aspettavo la sua venuta quasi con la stessa trepidazione con cui i bambini dell’Africa guardano il cielo, nell’attesa che dalle nubi spunti la sagoma di un aereo carico di generi di prima necessità. Il paragone sembra improponibile, ma lo è - per dir così - fino ad un certo punto. La mia famiglia era composta da otto persone, e mio padre di mestiere faceva il disoccupato guantaio. In casa (tre piccole stanze nel centro antico di Napoli) oltre a mia madre, disoccupata, viveva uno zio scemo disoccupato, e una povera trovatella disoccupata: nove disoccupati a carico di un disoccupato. Si mangiava così poco in quella casa, che - per dirla alla Quevedo - un mastino che vi fosse entrato per sbaglio, ne sarebbe presto uscito levriero da corsa. Ho memoria di un gabinetto, ma non ricordo nessuno che, entrandovi, si fosse attardato: infatti nessuno aveva da liberarsi di alcunché. Tutti si parlava a bassa voce, per tenere in vita quelle esigue forze che ci permettevano ancora di stare in piedi. Qualche cosa, di tanto in tanto, si riusciva a mettere tra i denti, e questa cosa si chiamava munnezzàglia. Che cos’era la munnezzàglia? Era la «minuzzaglia» (ma il termine fa riferimento anche alla munnézza, l’immondizia) cioè i frantumi di pasta che si raccoglievano sopra al bancone dei salumieri, e che questi vendevano o in qualche caso (il caso nostro) regalavano alla povera gente.
Quando arrivava la sera del 5 gennaio, noi bambini andavamo a letto con la speranza che la Befana riscattasse trecentosessantaquattro giorni di indigenza, dando fondo a tutto il suo sacco (anzi, che lasciasse pure il sacco... Opportunamente trattato poteva diventare un cappotto). Ma la Befana doveva essere un membro della famiglia lontano, perché, a giudicare dai doni che lasciava, non doveva passarsela molto bene. I giocattoli deposti accanto al letto sembravano denutriti quanto noi; se esiste una carenza alimentare anche negli oggetti, ebbene, quei balocchi erano i Lazzaro dei trastulli infantili. Palle di gomma depresse, vagoni ferroviari che portavano (presumibilmente) ad Auschwitz, pistole per farla finita, trombe del Giudizio, automobiline da sfasciacarrozze, bambole che piangevano (e che altre potevano fare in quel luogo?), palette per seppellirci a vicenda. Dove avevano pescato quella mercanzia i miei genitori, a casa Kafka? Molto probabilmente si trattava di giocattoli smessi da altri bambini, portati in parrocchia per beneficenza. Ma si sa, una delle doti principali dei piccoli è la fantasia, e noi si riusciva a divertirci anche con quel campionario da pompe funebri. E poi bastava cavalcare una scopa per sentirci dei cavalieri; menare fendenti con una spada di legno, per crederla una Durlindana; parlare all’immagine riflessa nello specchio, per inventare un eroe.
Oggi i bambini vengono sommersi da giocattoli costosissimi, ed è Befana trecentosessantacinque giorni l’anno. I genitori spendono fior di quattrini (l’espressione «fior di quattrini» non si sentiva mai a casa mia; a casa mia l'espressione più usata era «becco di una lira») per far passare tutte le voglie ai loro figli, e con tutto questo (forse, proprio per questo) molti rimangono insoddisfatti (recenti studi ci informano che la depressione infantile è in netto aumento). Gli è che nessuno insegna loro il «valore» di un giocattolo, di un dono in generale, e dei sacrifici che stanno dietro ad un acquisto. «Bello di papà, che vuoi, il cellulare? E papà ti regala il cellulare. Vuoi la Playstation? E papà ti regala la Playstation. Vuoi la camicia, i pantaloni, le scarpe, la cravatta e le mutande firmate? E papà ti regala la camicia, i pantaloni, le scarpe e le mutande firmate». Poi ci meravigliamo quando leggiamo che adolescenti hanno allagato una scuola o lanciato sassi da un cavalcavia perché «annoiati». Prima di vestire i panni della Befana (prima di mettere al mondo figli) molti genitori dovrebbero seguire un corso di pedagogia.
mardorta@libero.it