Quando l’Italia scoprì che l’arte è sogno

Riproposte ad Alessandria le oniriche atmosfere del simbolismo italiano

Nell’aprile 1907 un giovane pittore ancora sconosciuto, Umberto Boccioni, visita la Biennale di Venezia. La mostra, nel complesso, non gli piace, ma una sala lo appassiona. È la «Sala del Sogno». Boccioni non ha dubbi. Sul suo diario scrive che ormai è finito il tempo dei quadretti di genere, del verismo banale che serve solo a far sfoggio di bravura. Finalmente c’è un’arte che «aspira a una bellezza ideale». I giudizi dei critici sulla «Sala del Sogno», invece, non sono così positivi. Qualcuno, come Ojetti, non capisce perché quegli artisti abbiano voluto mettersi in un luogo a sé: tanto, dice, tutta l’arte è sogno. Qualche altro, come Guelfo Civinini, sentenzia che la loro è una pittura troppo letteraria. (Sarà un’accusa ricorrente, questa, che colpirà tanti maestri, a cominciare da De Chirico). Ai semplici appassionati, però, la sala piace molto: a conferma che l’arte è troppo importante per lasciarla ai critici d’arte.
Ma che opere erano esposte in quella sala? Lo vediamo oggi nella mostra «Sogni. Visioni fra simbolismo e Liberty», in corso ad Alessandria nel restaurato Palazzo Asteria, che inizia appunto con la ricostruzione di quella stanza della Biennale. C’erano opere di Previati, Nomellini, Morbelli, Chini, Alberto Martini, Denis, Stuck e altri, insomma di molti protagonisti del simbolismo italiano ed europeo. La tendenza, per la verità, era nata vent’anni prima e la Biennale giungeva in ritardo a celebrarla, ma la sala era carica di suggestione.
La misura della nuova poetica la davano i quadri di Nomellini. C’era un Garibaldi fermo davanti al suo esercito che sembrava tratto dal Paradiso dantesco: una figura luminosa al centro di una rosa di beati. Il soggetto dell’opera era storico e patriottico, ma la rappresentazione, trasognata e irreale. Così Gli insorti, che rappresentavano l’episodio risorgimentale dello sbarco a Sapri, approdavano sotto un cielo turneriano, in un’atmosfera così incandescente che sembrava di assistere allo sbarco dei dannati davanti a Caronte.
Sognante e trasognato era anche Il giorno di Previati, il maggior pittore simbolista italiano. (Ma Previati è un artista di statura europea: purtroppo all’estero non se ne sono ancora accorti). Le sue non sono vedute ma visioni, appunto: rivelazioni dell’invisibile. Anzi, per capire che la pittura può convivere benissimo con la filosofia senza per questo diventare letteraria, basta pensare al suo Carro del sole, dove i cavalli in corsa hanno la tensione metafisica di certe immagini sapienziali dei pensatori greci. (Parmenide, per esempio: «Le cavalle che mi portano mi condussero al tempio della ben rotonda verità...»). Ma di Previati non bisogna dimenticare quel piccolo gioiello che è il Notturno del 1908. Sono due donne assorte o dormienti, tessute nella bambagia, nelle matasse di cotone, nello zucchero filato: due donne che, per dirla con Shakespeare, sono della materia di cui sono fatti i sogni.
Dopo la sala del 1907, la mostra ricostruisce alcuni momenti del simbolismo italiano ed europeo, che nel sogno aveva uno dei suoi motivi fondamentali. A voler essere un po’ professorali, infatti, si potrebbe dire che il simbolismo è caratterizzato dal superamento del realismo impressionista, dalla ricerca di una dimensione trascendente del reale, dall’attenzione ai valori metaforici dell’immagine, dal dialogo con la storia dell’arte, da una nozione di tempo non limitata all’immediatezza del presente. E che cosa, più che il sogno, va oltre la realtà e il tempo? «Chi dorme tiene in cerchio intorno a sé il filo delle ore, l’ordine degli anni e dei mondi» diceva Proust.
La mostra raduna liberamente artisti di vari Paesi, pur senza avere l’ambizione di documentare il simbolismo in tutte le sue declinazioni: cosa difficile in generale, e impossibile in particolare in questi mesi, in cui una grande rassegna parigina ha sequestrato la maggior parte dei Klimt disponibili. In compenso, oltre a riscoprire numerosi artisti poco conosciuti, presenta un capolavoro «klimtiano» di Casorati, La preghiera: un’opera prodigiosa per splendore cromatico (chi ha detto che Casorati non era un colorista?), realizzata quando l’artista era profondamente influenzato dalla Secessione Viennese. Chiude idealmente la mostra Il sogno (Paolo e Francesca) di Boccioni: già, proprio lui che, a venticinque anni, aveva tanto ammirato la sala veneziana.
Solo un anno dopo, nel 1908, decide di cimentarsi con quel tema. Ma nella sua opera di simbolista c'è solo il soggetto. Nelle figure drammatiche dei due amanti, e dei dannati dietro di loro, c'è un sentimento più concreto e nervoso, che prelude già (nonostante l’ambientazione ultraterrena) alle scene dinamiche della stagione futurista. Forse perché sta finendo il tempo di sognare. Bisogna dipingere, dirà Boccioni stesso poco dopo, il nuovo tempo industriale: il tempo della città e della macchina. Che presto diventerà il tempo della guerra.

LA MOSTRA
Sogni. Visioni fra simbolismo e Liberty, a cura di Vittorio Sgarbi. Alessandria, Palazzo Asteria, fino al 26 febbraio. Catalogo Silvana Editoriale