Quando l'Itaia baciò tutti per "risorgere" libera e unita

Al centro della mostra su "Vittorio Emanuele II" il famoso dipinto di Hayez: l'allegoria dell'alleanza tra Piemonte e Francia sulla via dell'indipendenza

«Un sogno romantico, una fantasia di anime irrequiete»: ecco come definì il Risorgimento italiano lo storico triestino Fabio Cusin in Antistoria d’Italia (Einaudi, 1948, meritevole di ripubblicazione). Altro che mito politico e processo storico: l’unità dello Stivale era a quell’epoca un desiderio tanto concreto quanto onirico, e proprio tra questi due estremi oscilla l’atmosfera della mostra «Vittorio Emanuele II. Il Re galantuomo», al Palazzo Reale di Torino e al Castello di Racconigi fino al 13 marzo prossimo.
Oggi l’esposizione - aperta lo scorso 2 ottobre - verrà completata dall’arrivo del celebre dipinto Il bacio di Francesco Hayez, finora custodito alla Pinacoteca di Brera e mai fatto viaggiare per il mondo, con l’unica eccezione di una mostra a Parigi. Insieme al Bacio verrà esposto dello stesso pittore anche l’Odalisca. Due quadri che, letti simbolicamente, sono un po’ il riassunto del Risorgimento: il «bacio» tra la donna in blu (l’Italia) e il giovane in rosso (la Francia) è allegoria di un’alleanza che fu un passo importante sul cammino della nostra Unità nazionale, mentre l’Odalisca richiama subito alla mente l’osservazione dantesca sull’Italia «non donna di provincia ma bordello». Questo «trittico» si chiuderebbe idealmente, per chi può, con la visita a La meditazione, sempre di Hayez, alle scuderie del Quirinale a Roma: quadro in cui l’Italia, sotto le mentite spoglie di una malinconica figura femminile, riflette sul proprio destino. Ma Il bacio è certo, fra i tre, il quadro più amato dal popolo, che lo interpretò come la raffigurazione del volontario che saluta la propria donna per andare a combattere. E furono giusto i volontari a fare il successo della Seconda guerra di indipendenza.
Ma si diceva dell’atmosfera onirica. Probabilmente è per via delle location scelte. «Raramente un evento così - racconta Elena Fontanella, presidente della fondazione DNArt coordinatrice del progetto scientifico - ha potuto essere collocato in luoghi che sono allo stesso tempo significante e significato. Il Palazzo Reale e il Castello di Racconigi hanno visto, alla lettera, pulsare la vita di Vittorio Emanuele II».
Le due sedi possono essere visitate singolarmente, ma il suggerimento è di affrontarle entrambe con spirito cronologico, iniziando dapprima con l’infanzia e la giovinezza del Re, raccontate dall’esposizione del Castello di Racconigi, per poi affrontarne la «vita adulta» a Palazzo Reale. Si respira ancora forte, nella prima delle due esposizioni, il legame della dinastia sabauda con l’Austria (la madre di Vittorio Emanuele II era una Asburgo-Lorena, il suo padrino di battesimo fu nientemeno che Radetsky). Fin da giovane appare chiaro, però, che il destino di Vittorio Emanuele II era quello di essere molto amato dal popolo: la sua «normalità», la passione per la caccia e la vita militare (meno per i libri), per i sigari, il biliardo, le belle donne, lo avvicinavano alla gente tanto quanto la sua meritata fama di decisionista (oggi Cavour e Garibaldi gli fanno un po’ ombra). Fu dopo il matrimonio con Maria Adelaide e la battaglia di Novara (1849) che Vittorio Emanuele II decise di trasferirsi a corte, a Torino. Anche perché il padre aveva abdicato a suo favore.
Di fatto, quella a Palazzo Reale è la sezione più emozionante della mostra. Vi troviamo disposti su due piani - il primo più «ufficiale», il secondo più «intimo» (era, d’altra parte, quello degli appartamenti della famiglia reale e soprattutto di Maria Adelaide, moglie del Re) - quadri, busti, abiti, mobili, oggetti e documenti capaci di raccontare potentemente gli uomini e gli eventi che «fecero l’impresa». Per la prima volta è esposto lo Statuto Albertino (1848), conservato all’Archivio di Stato e del valore di due milioni e mezzo di euro, insieme al «grido di dolore» di pugno del Re e al libro dei Mille aperto sulla pagina dove si registrò Ippolito Nievo. Tuttavia sono i dipinti a dare le emozioni più intense. Nei ritratti che ne fece Hayez, Massimo D’Azeglio è proprio quel fedele della monarchia che conosciamo, mentre Cavour appare come liberale più indomito. Tra l’altro, testi di D’Azeglio e di altri scrittori dell’epoca, compresi lettere e diari, ma anche menu culinari, sono recitati da attori per il notevole apparato multimediale presente in ogni sala. I ritratti di Vittorio Emanuele II, invece, testimoniano la sua passione per i propri selvaggi baffi rossicci (glieli fecero tagliare prima che rendesse visita, a Londra, alla regina Vittoria), così come seducente e sensuale appare la Contessa di Castiglione nella tela di Gordigiani: fu lei a «fare la spia» per l’Italia, concedendosi a Napoleone III.
Ci sono poi quadri di genere (scene militari o famigliari), la bomba «Orsini», l’uniforme di Garibaldi, la grande tela di Induno sulla battaglia della Cernaia, altri ragguardevoli dipinti sui Plebisciti, ma anche plastici delle battaglie di Goito, Solferino, Custoza. Sono previsti percorsi didattici e, da gennaio, serate teatrali (lo spettacolo Quattro padri, una sola patria). Il tutto - ed è questo il lato davvero suggestivo - tra le mura che videro quei «sogni di anime irrequiete» prendere concretezza politica.