Quando il Meridione era la vera perla del Mediterraneo

Egregio dottor Granzotto, qualche giorno dopo esser stata pubblicata nel suo «Angolo», la lettera del signor Pietro Fucile di Genzano è apparsa anche sullo spazio che il «Corriere della Sera» destina alle risposte di Sergio Romano. Anche Romano depreca la leggerezza delle Poste italiane nel ritrarre, nella sezione «storia delle Poste» del suo sito Internet, la situazione sociale ed economica del Regno delle due Sicilie. Ma mentre lei scriveva che esso era addirittura all’avanguardia in certi settori industriali e tecnici, Romano, riportando il giudizio dello storico Ruggero Moscati, dipinge un meridione pre unitario non alla fame e disastrato come vorrebbe la «vulgata», ma «poco competitivo e ridotto a produzioni di modesta qualità». In medio stat veritas?
Milano

Non saprei dirle dove si sia collocata la verità, caro Fontana. Per quanto riguarda il Risorgimento, essa sta faticosamente facendosi strada e la «vulgata», che ha retto indomita per un secolo e mezzo, comincia a perdere i pezzi. Sul fatto che nel regno delle Due Sicilie le cose non fossero tutte rose e fiori non c’è nemmeno da discuterne. Lo stesso può dirsi, però, di tutti gli Stati preunitari e naturalmente anche dell’Italia «una e indivisibile». Se dunque l’intenzione è quella di sollevar critiche il materiale non manca perché lo Stato o il regno o il principato ideale non esiste, non è mai esistito e mai esisterà. Resta il fatto che nel prendere in esame il regime borbonico, la tanto invocata onestà intellettuale imporrebbe che oltre le pecche si enumerassero, possibilmente senza barare, anche le doti. Ammettere che il bistrattato regno delle Due Sicilie non fosse così arretrato, così sottosviluppato e mal governato, con sudditi poveri e laceri soggetti a leggi infami, che insomma non fosse l’«Affrica» del Farini, non oscura certo gli ideali risorgimentali e non compromette la saldezza di quelli unitari. Tornerebbe utile, semmai, a spegnere quell’antimeridionalismo istituzionale che rappresentò l’ostacolo maggiore a fare, dopo l’Italia, gl’italiani.
Carta canta, caro Fontana: alla chiusura dell’Esposizione universale di Parigi, siamo nel 1855, l’apposita commissione presieduta da Ferdinand de Lesseps assegnò alle Due Sicilie il terzo posto - il primo in Italia - fra le nazioni industrialmente evolute. Né poteva essere altrimenti. Lasciamo perdere la Napoli-Portici, sulla quale anche fior di storici hanno sghignazzato («balocco del Re Bomba» eccetera), ma fra le eccellenze del regno borbonico si contano anche il primo ponte sospeso in ferro, la prima illuminazione a gas della città cui seguì il primo esperimento di illuminazione elettrica, il primo telegrafo elettrico, la prima locomotiva made in Italy, la prima nave a vapore del Mediterraneo, la prima nave a elica, il primo piroscafo di linea per l’America. Aggiunga a ciò che rispetto agli altri Stati italiani il Regno poteva contare sulla più numerosa flotta mercantile (terza nel mondo) e sulla più grande industria metalmeccanica. Fu in quello che si dipingeva come il dominio dell’ignoranza e del malgoverno che venne istituita la prima cattedra universitaria d’economia e la prima di psichiatria, applicato il primo Piano regolatore e disposto il primo intervento di profilassi antitubercolare. Ecco, caro Fontana: il Regno delle Due Sicilie non era certo il paradiso, ma nemmeno quell’inferno dipinto dalla «vulgata». Cominciò a diventarlo, questo sì, immediatamente dopo il Plebiscito, allorché quella ricchezza andò dispersa condannando il Meridione a un declino economico, morale e culturale dal quale sembra incapace di riprendersi.