Quando Napoli conobbe la vera «liberté»

Ruggero Guarini

La Napoli culturalmente e politicamente corretta festeggia in questi giorni con particolare entusiasmo il bicentenario dell’avvento del famoso «decennio francese» (1806-1915). Quali i motivi di tanta eccitazione? Per capirli occorre ricordare brevemente i momenti più esaltanti di quella stagione.
Essa ebbe il suo gagliardissimo inizio appunto due secoli fa, quando un’armata francese divisa in tre colonne penetrò nel Regno di Napoli affinché Napoleone potesse schiaffare d’imperio sul trono dei Borbone il fratello Giuseppe (15 febraio 1806). Conobbe un altro picco allorquando lo stesso empereur, il 5 maggio 1808, poiché nel frattempo anche il Regno di Spagna era caduto nelle sue mani, avendo spostato il fratello Giuseppe dal trono di Napoli a quello di Madrid, provvide a confermare la sua protezione imperiale schiaffandovi il cognato Gioacchino Murat. Infine pervenne al suo epilogo allorquando lo sventurato Joaquim, nell’ottobre del 1815, essendo tramontato l’impero del suo beau-frère, e avendo Ferdinando e Carolina ripreso possesso del loro regno, non potendo più contare sulla protezione del cognato, deciso ugualmente a tentare di rischiaffàrsi su quel trono con le sue sole mani, sbarcato con un pugno di fedelissimi sulla spiaggia di Pizzo Calabro, dove sperava di essere accolto da un popolo in festa, vi fu invece catturato e fucilato, il 15 di quel mese, da un plotone di esecuzione borbonico.
Che cosa c’è, in questi eventi, di festeggiabile? C’è – dicono i loro nostalgici celebratori – il seme di quei princìpi (liberté, egalité, fraternité) che Napoleone aveva incominciato a trapiantare un po’ dappertutto in Italia. E dunque ci sono anche i primi vagiti del nostro Risorgimento, che da quella seminagione avrebbe tratto alimento e slancio. E che del resto era già incominciato qualche anno prima grazie a un’altra occupazione francese foriera di liberté: quella che nel 1799 aveva permesso agli eroici giacobini napoletani di fondare – senza avere mai fatto anzi nemmeno tentato di fare, la leggendaria rivoluzione che da due secoli e rotti viene loro fantasiosamente attribuita – la magnanima ma ahimé effimera Repubblica Partenopea. Questo suppergiù il canovaccio che consente ai colti festeggiatori di quel decennio di lodarne i fermenti libertari, egualitari e fratelleschi. Fra i quali è da supporre che essi, essendo persone dotte e informate, non ignorino che figurano anche le imprese altamente umanitarie che scandirono l’avanzata delle tre colonne francesi.
Si leggano, sull’argomento, le lettere in cui un testimone oculare di quegli eventi, il capitano Paul-Louis Courier, che non era un truce sanfedista bensì un colto ufficiale napoleonico, mentre partecipava a quello speciale capitolo della conquista del Regno di Napoli che fu la campagna di Calabria, registrò a botta calda gli aspetti più esaltanti di quell’epopea, riferendo, con una prosa vivace e asciutta che avrebbe incantato Stendhal, come in quei giorni i francesi esportavano la loro liberté dandosi allegramente, in ogni villaggio espugnato, ai saccheggi, agli stupri e ai massacri.
Un’edizioncina italiana di queste lettere – magari intitolata «1806. Così la Liberté arrivò in Calabria» – aggiungerebbe un tocco di eleganza letteraria alle celebrazioni di quel mirabile anno.
guarini.r@virgilio.it