Quando nel Celeste Impero splendeva l’età dell’oro

La grande fioritura della civiltà Tang prima del Mille nella mostra al Museo Archeologico

Al Museo archeologico nazionale di Napoli è aperta un’importante mostra su quello che è stato forse il momento storico di maggior rilievo per la Cina. S’intitola «Tang. Arte e cultura in Cina prima dell’anno Mille» (fino al 22 aprile, catalogo Electa Napoli) e racconta il periodo della dinastia Tang (dal 618 al 907 d. C.) che segna la massima espansione culturale di quella civiltà.
Per la prima volta in Italia vengono esposti pezzi tutti di quell’unica epoca in cui, grazie alla ricca, coltissima committenza della corte imperiale, dell’aristocrazia e dei monasteri buddisti, la produzione artistica raggiunse risultati altissimi in termini di riuscita tecnica ed estetica e conobbe forme iconografiche mai sperimentate prima. La rassegna si articola in tre sezioni. La prima, «Vita di corte a Xi’an e Luoyang in epoca Tang», racconta lo stile di vita aristocratico attraverso vari oggetti tra cui mattoni decorati, elementi architettonici, dipinti murali, oggetti di uso aristocratico provenienti dai Palazzi Tang di Xi’an e Luoyang, corredi funerari provenienti in gran parte da tombe imperiali. La seconda, dedicata al buddismo, presenta due modelli di templi, sculture ed elementi architettonici, tegole, terminali decorati di coppo provenienti dallo scavo del monastero Fengxiansi, sculture rinvenute nelle grotte di Longmen a Luoyang, ed in altri complessi monastici della Cina settentrionale. La terza sezione, «L’apertura della Cina verso Occidente», espone corredi funerari di cui fanno parte monete, figurine dai tratti centroasiatici, tessuti, vasellame di varia foggia. Vengono illustrate le relazioni tra l’impero Tang e l’Asia centrale, quelle tra l’impero sasanide e la Cina, i regni buddisti dell’Asia centrale e occidentale.
Quella della dinastia Tang è considerata l’età dell’oro della Cina, che controllava, allora, un vasto territorio. La via della seta forniva uno strumento di dialogo con i paesi stranieri, verso le cui culture l’atteggiamento dei Tang era estremamente tollerante. La capitale di allora, Chang’an, divenne una metropoli raffinata, la cui influenza raggiunse l’Occidente. Al loro ritorno in patria, gli stranieri portavano con sé opere buddiste, oggetti e tecniche, diffondendo così la cultura cinese nei paesi d’origine. L’artigianato cinese, nell’ereditare le tecniche tradizionali, adottò anche quelle provenienti dall’esterno. Negli oggetti d’uso comune, la porcellana, il celadon e la ceramica tricroma sanczai sostituirono gradualmente l’oro, l’argento, il bronzo, la terracotta e la lacca.
Coppe decorate, recipienti, incensieri, piatti, scatole, cucchiai... E modelli di templi, porte funerarie, dipinti murali, e statuine di terracotta: di re, dame e inservienti, musicanti a cavallo, guerrieri e anche i dodici animali dello zodiaco cinese. Narra una leggenda che l’imperatore di Giada aveva chiesto di vedere i dodici animali più importanti della terra. Il servitore incaricato di convocarli incontrò un topo e gli chiese di scegliere altri undici animali. Il topo chiamò il bue, la tigre, il coniglio, il drago, il serpente, il cavallo, la scimmia, la pecora, il gallo, il cane e, prudentemente, evitò il gatto. Così gli animali erano solo undici. Per colpa del topo, il gatto non è stato inserito nella lista degli animali più importanti e quindi è diventato il suo peggior nemico. Quando l’imperatore si accorse che mancava un animale, chiese al servitore di scegliere il primo che avesse visto. Questi incontrò un maiale che diventò così il dodicesimo dello zodiaco.