Quando Nesta somiglia al miglior Materazzi

U n Enrico Mentana in maniche di camicia come una comparsa di «Elisa di Rivombrosa» (parte seconda) ha esordito nella domenica del football con la suprema frase: «Vediamo una partita che ci riconcilia con il gioco del calcio». Originale. Si riferiva a Real Madrid-Barcellona, ma secondo noi non è necessario andare così lontano per ritrovare dolci sensazioni estetiche. Firenze basta e avanza.
Quattro gol, fremiti di spettacolo, un Toni stratosferico, balbettii arbitrali, ombre complottarde: tutto quanto rende affascinante la domenica dello sport più nazionalpopolare del globo. Il campionato che vede scappare la Juventus anche da ferma, frena un Milan immeritevole di una simile batosta e incorona la Fiorentina nel ruolo di squadra rivelazione. Seconda a pari merito con la corazzata di Milanello, con un bomber che vale Gilardino innestato su un impianto da decimo posto (Brocchi, Dainelli, Donadel, addirittura Pancaro), la squadra allestita dai Della Valle brothers ha un vero fuoriclasse in panchina: Cesare Prandelli. Dopo Capello c’è lui, gli Einstein dello spogliatoio sono loro. Gli altri seguono a distanza siderale, compreso Carlo Ancelotti, costretto a infuriarsi contro l’arbitro per giustificare la sconfitta.
Eppure a Firenze, non lontano dagli Uffizi, si sono viste anche altre opere d’arte. Per esempio Dida uscire come il miglior Toldo in occasione dell’ultimo gol di Toni. E Nesta, sì proprio il dio greco della difesa milanista, lisciare la palla in area neanche fosse Materazzi. Anzi, se la fetenzìa tecnica l’avesse fatta l’interista, probabilmente se ne parlerebbe ridacchiando fino a Pasqua. Brutto momento per i difensori. E dopo aver visto all’opera Panucci contro Nedved, capiamo gli imbarazzi di Lippi nel convocarlo in Nazionale come calciatore. Come autista del pullman farebbe miglior figura.
Anche una decina di giocatori con la maglia dell’Inter schierati contro il Parma avrebbero lo stesso problema professionale. Un’ora di nefandezze, poi il gol liberatorio di Figo. Il quale si sarà chiesto, tapino, che senso ha finire la carriera nell’Atalanta.