Quando la paghetta si chiamava salario e arrivava a 24 anni

Marcello D’Orta

Secondo una recente indagine, la prima «paghetta» arriva a 6 anni. Io, invece, l’ho ricevuta con molto ritardo, a 24 anni, per l’esattezza, e si trattava del mio primo stipendio da maestro elementare. Con quei soldi si poteva andare al cinema, comprarsi un gelato e dieci figurine Panini. Ancor oggi gli insegnanti riscuotono la paghetta, nonostante si facciano il sedere così a scuola.
Più indietro si va nel tempo, più si scopre una miseria nera. Nell’immediato dopoguerra si poteva osservare, per strada, molta gente parlare da sola; in realtà erano bocche che cercavano di convincere gli stomaci di aver mangiato, non volendo questi crederlo. Per dirla con Cesare Marchi, quella era veramente una civiltà dei «consumi», nel senso che i vestiti venivano consumati fino all’ultima fibra di stoffa, le scarpe fino all’ultima molecola di pelle, la bottiglia dell’olio fino all’ultima goccia, il pane fino all’ultima briciola, e così via.
Realizzatosi il cosiddetto boom economico, si videro un po' in tutte le case i «porcellini», salvadanai in creta o plastica, in cui i bambini facevano cadere le loro monetine, ma ce ne voleva di tempo per raggranellare la somma necessaria a comperarsi un orologio o una bicicletta!
Fino a tempi relativamente recenti (diciamo fino agli anni Ottanta) i bambini non potevano fare affidamento su nessuna erogazione monetaria periodica: il denaro arrivava in modo estemporaneo da mamma, papà, zii o nonni, e per lo più si trattava di particolari occasioni: Prima Comunione, Natale, compleanno, onomastico, promozione a scuola ecc. Oggi un sondaggio rivela che circa l’85 per cento dei ragazzi di età compresa fra i 6 e i 13 anni, riceve un «salario» che va dai 10 ai 30 euro mensili, con «picchi» di 200.
È giusto, vale a dire è pedagogicamente corretto dare la paghetta ai figli? Tutti gli psicologi ritengono di sì, anche se esistono, per così dire, varie scuole di pensiero. C’è chi ritiene che la paghetta debba essere considerata una «ricompensa» per risultati raggiunti (per esempio una buona media scolastica, o un impegno lavorativo in casa), c’è chi la considera un diritto dei giovani, indipendentemente dai meriti.
Anche a me, questa, sembra una pratica giusta, che può aiutare a sviluppare nel bambino il senso di responsabilità. Con la cifra a disposizione, il ragazzo sa quante e quali cose può comprare, e comincia a «misurare le risorse con i propri desideri» (Bernardi). Naturalmente i genitori dovranno essere ben categorici: quella è la cifra e quella dovrà mantenersi: non sono concessi ritocchi, aggiunte, supplementi (tranne casi particolari). E non saranno permesse a zii, cognati, nonni e bisnonni elargizioni extra, perché questo vanificherebbe tutto il lavoro educativo.
Ma i figli capiscono queste cose? Beh, almeno in Francia sembra di no. Dal 1992 a oggi sono migliaia le cause intentate dai figli ai genitori, proprio in merito alla paghetta. I giovani si appellano all’articolo 203 del codice civile che obbliga mamma e papà a «nutrire, mantenere e allevare i propri figli» fino a quando non hanno raggiunto una stabilità economica. E se la paghetta è ritenuta insufficiente (roba da Scrooge, insomma) ecco spalancarsi le aule dei tribunali.
Devono preoccuparsi i genitori italiani? Non lo so, ma se anche loro fossero portati di forza al palazzo di giustizia, per questioni d’euro, state certi che mi farei promotore di un’iniziativa denominata «Saturno in famiglia», tendente a realizzare il sogno di Kronos: quello di mangiarsi fino all’ultimo dei figli!