Quando Pirandello scriveva al figlio: l'Italia non mi merita e io non ci torno

Pubblicata la nuova edizione di «Nel tempo della lontananza», l'epistolario fra il grande drammaturgo siciliano e il primogenito Stefano, che ricorda al genitore i suoi doveri di padre e di nonno e quelli verso la patria

In un Paese come l'Italia «un uomo del mio stile non può non essere considerato altrimenti che un nemico». Non sono parole vergate o declamate oggi da un qualche esteta antiberlusconiano e snob. Sono invece di Luigi Pirandello, che le scrisse in una delle sue lettere al figlio Stefano contenute nel carteggio intitolato «Nel tempo della lontananza» (1919-1936), curato da Sarah Zappulla Muscarà, (Salvatore Sciascia Editore, 488 pagine, 40,00 euro). La nuova edizione dell'opera, che sarà presentata domani alla Biblioteca del Burcardo a Roma, è di grande interesse in quanto è arricchita da documentazione inedita che ha consentito di fare definitivamente luce sulle complicate vicende private del grande, ma nevrotico e depresso, scrittore e drammaturgo siciliano. E in particolare svela l'intenzione di Pirandello di non tornare più in Italia, dove si sentiva oppresso da gravi problemi di origine familiare e da non meno rilevanti e inquietanti questioni economiche: «Fuori, fuori di questo porco paese - scrive - che non sa dare altro che amarezze e in cui un uomo del mio stile non può non essere considerato altrimenti che un nemico». Ma testimonia anche l'affetto dei figli e di Stefano, in particolare, legato a Luigi da un sentimento che definisce «più libero e più schiavo del comune affetto dei figli per il padre». Stefano si impegna a fondo, quindi, nel tentativo di ricondurre il genitore in patria, e lo esorta a superare quel «disamore alla vita» da cui è oppresso. Gli scrive così accorate lettere che si segnalano anche per lo stile letterario della comunicazione epistolare: «l'essere padre ti diventa un peso e un fastidio, un timore senza speranza - l'esser nonno, se non avessi dimostrato il contrario quando ancora non avevi cominciato a mancare contro la vita, parrebbe che t'appaja troppo stupido perché tu possa interessartene. Tu hai bisogno della tua Patria (come la tua Patria ha bisogno di te), hai bisogno dei tuoi figli, come essi di te, e dei tuoi nipoti, come essi di te: e soprattutto della tua arte». Sono lettere che lasciano intravedere nuove prospettive critiche, aprendo squarci di luce su un ambiente familiare denso di conflitti divenuti materia letteraria, trasfigurati nei testi di Luigi e del suo primogenito Stefano, anch'egli scrittore drammaturgo. Per la ricchezza dei contenuti inediti, l'epistolario risulta di fondamentale importanza per la comprensione della vicenda esistenziale e letteraria di Pirandello che si dipana in un arco di tempo che va dal 15 aprile del 1919 al 30 settembre del 1936 (il drammaturgo morirà nel dicembre dello stesso anno). È un periodo cruciale per entrambi i corrispondenti. Luigi in giro per l'Europa e per l'America (si definiva «un uomo con la valigia in mano»). Stefano, con le sue aspirazioni letterarie, interlocutore privilegiato del padre, tiene le fila delle relazioni familiari e del turbinio di relazioni con i maggiori intellettuali di tutto il mondo. Accanto alla sfera privata, tormentata e problematica, emerge uno scenario animato dagli eventi che caratterizzano la vita pubblica italiana. In primo luogo il contraddittorio rapporto di Pirandello col Partito nazionale fascista e con Mussolini in particolare, al quale l'autore siciliano consegna la speranza di rinnovamento del teatro italiano attraverso il progetto, destinato a naufragare, del Teatro d'Arte. Copiose, inoltre, le informazioni sui retroscena della sua nomina ad Accademico d'Italia e sulla vittoria del premio Nobel, avvenuta nel 1934. La sua candidatura, infatti, fu a lungo ostacolata dal dittatore che non voleva suscitare la gelosia di Gabriele d'Annunzio, il quale direttamente o indirettamente aveva creato e continuava a creare problemi al regime ma che continuava a godere di notevole prestigio in Italia e all'estero. Stupisce, nel complesso, la situazione di uno scrittore che, all'apice del successo internazionale, è pressato dalla incessante necessità di far fronte alle esigenze economiche, vessato com'è dal gravoso mantenimento dei tre figli: Stefano, che lavora per lui e contemporaneamente cerca di affermarsi come autore, era stato ricoverato in manicomio proprio nel 1919, dopo la guerra e la prigionia in Austria; Fausto, che sta avviandosi all'attività pittorica e diventerà esponente di spicco della scuola romana; e Lietta, andata in sposa a Manuel Aguirre, che attende la corresponsione della dote promessa. Una situazione difficile e snervante che Pirandello prospetta di risolvere o col «grande affare» del cinematografo, arte della quale aveva ben compreso le grandi potenzialità economiche, oppure con la vendita del «villino mausoleo». Unico «contravveleno» rispetto allo sconforto provocato dai grattacpi, appunto l'idea di fuggire dall'Italia con il proposito di non tornare. Una storia umana e artistica, quella dei Pirandello, di sconcertante complessità. Che si dipana all'interno una «famiglia devastata dal lutto e dalla colpa», secondo le parole di Stefano, intelligenza critica impegnata a dibattersi tra la genialità del padre e la follia della madre, internata in una casa di cura. Ma anche al lavoro per distillarne l'essenza nella sua produzione letteraria, così come Luigi ne aveva cavato l'acre umorismo della sua opera che proprio in quegli anni raggiunge gli esiti più elevati e che da quella «tragedia» familiare trae alimento.