Quando la politica non segue la Chiesa

Dopodomani la comunità cattolica italiana celebra la 29ª Giornata per la vita, un appuntamento annuale messo in piedi dopo l’introduzione della legge per l’aborto del 1978. Sbrigativamente si potrebbe pensare che il tema riguardi chi ha un credo religioso e, quindi, si tratti di un problema riconducibile alla sfera della coscienza privata. Nella migliore delle ipotesi, una questione morale, che tocca il vissuto della sfera sessuale e della bioetica, buono per gli esperti e per gli estensori dei catechismi.
In effetti, l’annoiata doverosità con cui il mondo dei media accompagna questi richiami, sembra accreditare un sentire assolutamente indifferente a considerare il tema una questione sociale prioritaria e di interesse generale.
Sorprende come anche nel mondo cattolico, durante tutto il ventesimo secolo, il tema della tutela della vita quasi sempre sia stato ricondotto all’ambito della morale, piuttosto che in quello più allargato della Dottrina sociale. È un dato di fatto che nei Paesi di lingua tedesca non esiste alcuna Cattedra di Etica sociale che abbia trattato questo argomento, com’è altrettanto vero che non esiste alcuna raccolta di Encicliche sociali che abbia incluso l’Evangelium Vitae tra i suoi documenti.
Ma a questo punto si impone una domanda: difendere la vita, è una questione morale che riguarda il Quinto Comandamento e quindi coloro che hanno la fede, o è un problema che interpella le democrazie, sulla loro identità e il loro destino?
Il dogmatismo economico, che fa da filo conduttore a tanti governi, compreso l’attuale, così attenti al mercato quanto spensierati in campo etico, sembra fare orecchi da mercante di fronte al rischio di un inaridimento dei principi stessi della democrazia, quelli che riguardano i diritti universali dell’uomo e che richiederebbero invece l’affermazione di doveri non alienabili. Si ha talvolta l’impressione che la superficialità con cui si rinuncia a principi fondamentali, non tanto cristiani, ma semplicemente umani, nasconda una malcelata logica di voto di scambio. Una coscienza col pelo, intenta a intercettare le frazioni percentuali delle minoranze elettorali, ma anche a garantire sopravvivenza al governo, attraverso il continuo compromesso con le posizioni più estremiste.
In questa ostinata svendita del patrimonio etico, non è difficile cogliere l’ombra allungata della vecchia ispirazione marxista, attenta a inaridire le coscienze e quindi le relazioni sociali, attraverso l’annientamento dei principi morali fondamentali. Si avverte l’eco delle pagine de I demoni di Dostoevskij, là dove si predica il diritto alla trasgressione e quindi il diritto ad avere solo diritti, perché è soltanto nella società dei «corrotti, resi tali per una o due generazioni», che sarà possibile «avere in mano il popolo e magari guarirlo...».
Quando cadono le barriere del rispetto della vita siamo al diritto all’arbitrio e all’immoralità.
Joseph Ratzinger, nel libro Senza Radici, sosteneva che c’è un elemento irrinunciabile per il futuro dell’Europa. Lo chiamava «l’incondizionatezza». Dietro questa espressione egli affermava «la dignità umana e i diritti umani come valori che precedono qualsiasi giurisdizione statale. Perché i diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, né conferiti ai cittadini, ma esistono per diritto proprio, sono da sempre da rispettare da parte del legislatore, sono a lui previamente dati come valori di ordine superiore». E aggiungeva: «Mettere per iscritto i valori della dignità dell’uomo, libertà, uguaglianza e solidarietà, accanto ai valori fondamentali della democrazia, configura un’immagine dell’uomo, un’opzione morale e un’idea di diritto, qualificanti l’identità stessa dell’Europa».
A far riflettere non sono tanto o soltanto i duecentomila aborti ufficiali che si praticano in Italia, senza contare i quindicimila clandestini. Sulla frontiera del rispetto della vita fa impressione piuttosto una crescente e radicale idea di libertà, svincolata da qualsiasi riferimento di valore che non sia quello della propria utilità personale.
Se la politica lascia alla Chiesa il compito di fare la voce solitaria a difesa della vita nel deserto dell’indifferenza, o addirittura rema in senso opposto, non difende né la laicità dello Stato né i diritti dei cittadini. Si limita semplicemente a sopravvivere, per un potere fine a se stesso.
brunofasani@yahoo.it