Quando il popolo di sinistra bocciò «l’onorevole» Valpreda

Nel carcere di Regina Coeli entrai, ancora deputato al Parlamento, una domenica mattina verso le dieci nel febbraio del 1972. Incontrai subito il detenuto Pietro Valpreda in maglione grigio scuro, nel corridoio a pianterreno. Mi venne incontro spaurito e mi diede, non so come, un abbraccio commosso e mi firmò la sua accettazione alla candidatura alle elezioni per la Camera dei Deputati per la lista del Manifesto. Tutto d’un fiato, mi disse che era stato picchiato varie volte dagli altri detenuti e trovò il modo di infilare un saluto affettuoso e tenero alla zia, che in libertà lo aveva sempre accudito. Mi disse che era innocente e me lo riconfermò con energia. Ci appartammo sulla soglia di una cella perché dovevo avere il tempo, come infatti avvenne, di fargli firmare, non visto, l’accettazione della candidatura.
Una volta uscito, dopo un attimo breve, chiamai da un telefono pubblico Rossana Rossanda nella sua casa affollata di gatti acrobati in via San Valentino a Roma. La questione era chiusa e le nostra campagna elettorale per Valpreda era stata coronata da successo. Non eravamo per niente convinti della voce ripetuta di innocenza di Valpreda, ma allora noi eretici del Manifesto, eravamo convinti di dargli una possibilità di spiegarsi in tribunale di fronte all’accusa pesante del super teste, il tassista Cornelio Rolandi che lo aveva riconosciuto autore della strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
L’impressione del detenuto fu per me di pietà per quelle botte prese in carcere, che egli mi confermò, e per le quali chiese compassione e protezione. Tutta l’operazione sembrava rappresentata da Valpreda non con la mano tesa e col pugno chiuso come un gesto contro il potere, ma con le mani giunte quasi come un gesto di misericordia.
Alle elezioni politiche del maggio 1972, Valpreda ottenne nel IV Collegio Milano-Pavia 10.785 voti; Lucio Magri, uno dei leader del Manifesto, riuscì secondo con 2.569 voti; terza Lidia Menapace, che sta ancora oggi in politica con la sinistra, con 1.010 voti. Luigi Longo, presidente del Partito comunista, ebbe 75.429 voti. In complesso, il Manifesto registrò un immenso vuoto ed ebbe una generale disfatta che sanciva una netta incomprensione da parte del suo corpo elettorale, perciò di tutta una fetta della sinistra post-sessantottina italiana.