Quando il reportage è più scioccante di qualsiasi thriller

Molte riviste culturali statunitensi, a esempio il New Yorker, riservano grande spazio alla cronaca nera. Il racconto dei grandi casi criminali è affidato ai fuoriclasse del giornalismo d’inchiesta e del romanzo. La richiesta delle testate è semplice (si fa per dire): svolgere ricerche di prima mano, mantenere l’oggettività, scodellare al lettore le informazioni ottenute in uno stile letterario. Il numero di battute? Non ha importanza, i servizi possono occupare pagine e pagine. Così è nato, tra gli altri, A sangue freddo di Truman Capote, pubblicato a puntate proprio sul New Yorker nel 1965. Ora Einaudi porta in libreria una antologia in cui sono raccolti le migliori storie di True Crime (vero crimine, in opposizione alle invenzioni del thriller) apparse dopo il capolavoro di Capote. Nove omicidi famosi (talvolta diventati tali grazie agli scrittori che li hanno «scoperti») narrati da un parco-firme strepitoso. Apre James Ellroy, con il gelido e spaventoso resoconto della morte di sua madre, strangolata e gettata in un canale di scolo. Chiude l’astro nascente David Grann, che condivide con Alec Wilkinson, una gloria dei giornali a stelle e strisce, l’onore di essere presente con due articoli, entrambi fulminanti (soprattutto il secondo, non riassumibile per non rovinare l’incredibile finale. Attenti: saltate l’introduzione dell’incauto Corrado Augias che svela la soluzione dell’enigma). Il True Crime non nasce però con Capote. Come spiega la postfazione di Francesco Guglieri, affonda le radici nella stampa dell’Ottocento, in cui le cronache criminali sono «l’arma di grosso calibro nella guerra delle tirature - come quella, ad esempio, tra l’Herald di Bennet jr e il World di Joseph Pulitzer». E se pensate fosse robaccia che faceva leva sugli istinti più bassi dell’uomo, beh, forse avete ragione ma sappiate che tra i true crime dipendenti c’erano Edgar Allan Poe - scontato - ma anche Nathaniel Hawthorne e Herman Melville. Non solo, molti autori si sono cimentati nel genere: da Ambrose Bierce a Mark Twain passando per insospettabili come Benjamin Franklin e Abraham Lincoln. Negli anni Venti, le riviste pulp alternano true crime ai racconti hard-boiled di Dashiell Hammett e Jim Thompson. Poi il genere sarà rifondato e ridefinito da A sangue freddo, come detto. In Menti criminali (Einaudi, pagg. 292, euro 19,5) oltre ai puzzle di Grann e all’autobiografia di Ellroy, ci sono pezzi di bravura difficili da dimenticare. Alec Wilkinson, in Conversazioni con un killer, scandaglia la personalità di John Wayne Gacy, il serial killer condannato a morte nel 1994. Sodomizzò e uccise 33 vittime, quasi tutti giovani maschi bianchi. Sotto la sua abitazione vennero rinvenuti 27 cadaveri. Rispettabile uomo d’affari di giorno, belva di notte, è noto anche come il killer clown: nel tempo libero intratteneva i bambini alle feste truccato da pagliaccio. Wilkinson lo ha incontrato per settimane in carcere, trascrivendone le parole con fedeltà. È una discesa nell’abisso della schizofrenia? O Gacy è solo un attore che nega l’evidenza, dichiarandosi innocente dei delitti? In questa ambiguità risiede il fascino del racconto. Altrove, a esempio ne Gli omicidi di Humboldt, John G. Dunne (marito di Joan Didion, altra grande giornalista) ricostruisce la strage che vide tra le vittime la giovane Teena Brandon, lesbica scambiata per uomo e seduttrice di molte ragazze. La vicenda è nota e ha avuto anche una trasposizione cinematografica di successo (Boys don’t cry di Kimberly Peirce con Hilary Swank). Dunne, dovendo fare i conti con una vicenda già spolpata dai tabloid, punta sulla ricostruzione della provincia del Nebraska, così diversa dalla facciata di benessere e perbenismo. C’è poi la televisione: il dibattito sui programmi pomeridiani imbottiti di omicidi e sui confini dell’infotainment, scoppiato da noi di recente in seguito alla morte di Sarah Scazzi, negli Usa data alla metà degli anni Novanta. E Dunne lo registra, descrivendo la penosa sfilata davanti alla telecamera di parenti delle vittime e degli assassini. L’omicidio è anche una merce che si vende bene? Sì. Ma scandalizzarsi è inutile: la televisione ha solo preso il posto dei fogli del XIX secolo.